da “Lasciarsi”, di Roberta Folatti

ROBERTA FOLATTI – giornalista e ideatrice di progetti culturali – è originaria di Chiesa Valmalenco (SO).

 

Lasciarsi

Quando smette di finire un amore?
Si può suturare come un’emorragia?
Ogni strappo è diverso, si può chiudere con amore o prendersi a morsi staccandosi pezzi di carne viva.
Ma gli addii sono sempre materia letteraria…

 

Giancarlo ed Enrica

Enrica era al lavoro, a sistemare i prodotti appena arrivati, ma con la testa aveva già fatto quel passo. Lo aveva immaginato mille volte e ognuna di esse si svolgeva in modo leggermente diverso: una parola in più, un sospiro represso, un pianto improvviso, il tentativo di fermarla da parte di Giancarlo. Mille sfumature di una scena che ormai doveva essere recitata.

E se invece lui non avesse dimostrato alcuna sorpresa, o l’avesse raggelata con un <finalmente l’hai detto?>. E se non avesse aspettato altro che quella conclusione, vagheggiata ma sempre rimandata per paura di ferirla? E’ risaputo che gli uomini lasciano il timone alle proprie compagne nei momenti delle decisioni cruciali, che si siedono ad aspettare facendo melina. Ma non riusciva a rassegnarsi all’idea che Giancarlo la stesse sopportando, che desiderasse un finale così… lei non se ne andava per il logoramento della loro storia, avrebbe scelto di nuovo lui tra cento altri, su questo non aveva dubbi.

Ma la smania dentro di lei cresceva ogni giorno, il bisogno, diventato prepotente, assoluto, di cambiare rotta, di tuffarsi senza protezioni dentro i fuochi che stavano avvampando ovunque nel mondo. Non era più tollerabile fare solo da spettatrice, voleva dare il suo infinitesimale, ridicolo contributo ad arginare l’incendio, pagando il prezzo che veniva richiesto. Una scelta possibile solo in seguito a un cambio radicale.

Il lavoro nel loro piccolo supermercato di qualità le era sempre piaciuto, andavano alla ricerca di prodotti naturali, facevano scelte sostenibili ma ora si sentiva ai margini del mondo in quel paese in cima alle montagne, rinchiusa in una sorta di imballaggio, protetta ma condannata all’insignificanza, in una palude di dialoghi vuoti come lattine usate, che vertevano su una quotidianità sorda, che voleva solo autoperpetuarsi.

Giancarlo una mattina non la trovò più in casa, si stupì perché il primo ad alzarsi di solito era lui, a ravvivare ogni volta il calore della loro storia con il rito del bicchiere di limonata a letto. Vedere il biglietto che Enrica aveva lasciato sul tavolo di cucina fu una specie di illuminazione, ancora prima di leggerlo si rese conto di sapere già tutto e sorrise pensando alla donna amata partita per chissà dove, invidiandole il coraggio. Sapeva anche che prima o poi sarebbe tornata e cominciò quella giornata con più fiducia di sempre…

 

Viviana e Giorgio

In quegli smisurati silenzi non riusciva più a sentirlo, lo perdeva. Seguiva i suoi occhi acquosi, gli occhi che l’avevano cresciuta. Non erano vuoti, semplicemente distanti, immersi in un mondo che lei stentava a raggiungere.

Giorgio era tutto per Viviana, esisteva da sempre. Non ricordava come fosse il tempo prima di incontrarlo, quasi che lui l’avesse partorita. Frequentava il liceo e lui era già medico, resistette per mesi alla corte serrata di Viviana, sapeva che avrebbe portato guai a non finire ma intuiva anche che le avrebbe ribaltato la vita in un modo così profondo e sconvolgente da non poterci rinunciare. La scelta di allora segnò i loro destini.

Ogni esperienza, persino quelle più folli e irritanti di Viviana, che non si precludeva mai nulla, affamata di vita e curiosa all’eccesso, veniva condivisa: alla fine ognuno dei due viveva anche la vita dell’altro, in un ciclone roboante di incontri, esaltazioni, sconfitte amare e intensità. Forse ora Giorgio aveva deciso che non poteva contenerne altre. La stava lasciando, in un modo denso e delicato, sfumando a poco a poco, rinchiudendosi in una realtà più remota, irraggiungibile, negata alla frenesia di lei. La parola Alzheimer era arrivata come una doccia fredda, difficile persino da concepire se riferita a una mente fresca ed elastica come quella di Giorgio. Un pugno nello stomaco, uno scherzo beffardo. 

Viviana non riusciva ad accettarlo, anche se si convinceva che il suo grande amore le aveva dato tutto e chiudeva così un’esistenza bellissima, piena di soddisfazioni professionali oltre che di grandi conoscenze e avventure umane fuori dal comune. Ma lei non intendeva perderlo fino all’ultimo soffio di vita, gli stava vicino per ore, tenendogli la mano e assaporando quel silenzio che nella loro storia era comparso raramente, impegnati com’erano a dirsi tutto, a far risuonare parole come fuochi d’artificio, armoniose, provocatorie, irresistibilmente divertenti, il loro strumento preferito per comprendere le cose…

 

Francesco e Isabella

Erano la classica coppia da far invidia al mondo, belli, vincenti, con quell’aria da intellettuali ma in versione “dolce vita”. Politicamente corretti, aperti e disponibili al confronto, sempre sorridenti, ineccepibili, salvo far spirare in direzione degli altri un vago senso di superiorità, che ti costringeva a guardarli come da una collina si ammira una montagna. Lei parlava con un tono soave, mai sopra le righe e lanciava di continuo a Francesco sguardi d’intesa, risolini compiaciuti e commenti ironici, a far intendere che tra loro esisteva un cifrario privato precluso a tutti gli altri.

Ma da un po’ qualcosa si era come allentato. Isabella era spesso di malumore e guardava contrariata l’uomo che le stava vicino ormai da vent’anni. Tutto era partito dall’idea di Francesco di mettere in scena alcune pieces di Honoré de Balzac, intestardendosi ad interpretare il personaggio del barone Martial de la Roche-Hugon. Avevano avuto qualche screzio su quella scelta, Isabella riteneva che il suo compagno fosse troppo vecchio per un personaggio che negli scritti di Balzac aveva al massino una trentina d’anni. Aggiungendone altri trenta, pur con la prestanza di Francesco, secondo lei il testo perdeva di senso, rischiando di virare verso la commedia grottesca.

Malgrado lei si occupasse principalmente della parte organizzativa aveva sempre avuto voce in capitolo nella scelta delle opere teatrali da rappresentare e nella distribuzione dei personaggi, in caso di trasposizione da romanzi il lavoro di scrittura era compito suo. Ma stavolta non c’era stato niente da fare. Non le era chiara quell’ostinazione, come se Francesco fosse stato talmente ammaliato dal personaggio da non riuscire a sottrarsi al suo richiamo. A lei sembrava così arido, quasi volgare, l’equivalente dei moderni arrampicatori sociali che anche nel mondo del teatro si incontravano spesso, proni davanti a chi aveva potere e soldi ma senza un briciolo di talento.

<Il barone Martial de la Roche-Hugon era un giovane provenzale che Napoleone proteggeva e che sembrava promesso a qualche sfarzosa ambasciata, aveva sedotto l’Imperatore con una gentilezza italiana, con il genio dell’intrigo, con quell’eloquenza da salotto e quella scienza delle buone maniere che sostituisce così facilmente le rilevanti qualità di un uomo forte. Sebbene vivace e giovane, la sua faccia possedeva già lo splendore immobile della latta, una delle qualità essenziali ai diplomatici e che permette loro di nascondere le emozioni, di mascherare i sentimenti…> scriveva l’autore francese.

Sin dalle prime repliche Isabella aveva avvertito, con la sua proverbiale acutezza, un cambiamento in Francesco, che coincideva anche con una impercepibile trasformazione dei tratti del suo volto: al posto del sorriso ironico ma bonario, che la teneva avvinta da sempre, c’era un leggerissimo ghigno che schivava i suoi sguardi complici, ignorandola. Lo spettacolo intanto andava benissimo, Francesco riusciva ad essere, malgrado il salto d’età, un credibile e beffardo Barone de la Roche-Hugon.

Lei arrivò ad odiare quel personaggio e cominciò a disertare le serate in cui il suo compagno recitava Balzac. Anche a casa pareva che tra loro ci fosse sempre quella voce in falsetto che Francesco aveva attribuito al Barone e che funzionava alla perfezione sul palco, tra le risate e gli ammiccamenti del pubblico. Francesco era molto eccitato dal successo dello spettacolo e contava di portarlo in giro il più possibile, sembrava non accorgersi del progressivo scollamento del loro legame, o forse non se ne preoccupava.

Una mattina, di ritorno da Verona, dopo l’ennesima replica de “La pace coniugale”, trovò la casa svuotata delle cose di Isabella e una lettera in cui a parlare era proprio il Barone: col suo linguaggio untuoso e la tipica altezzosità gli riferiva che Madame lo salutava e che si sarebbe fatta sentire presto per regolare le questioni economiche, certa che Francesco si sarebbe comportato da gentiluomo.

 

Adelmo e Cristina

Gliela invidiava da sempre la leggerezza.

Quel suo sorridere guardandoti dritto negli occhi, con una smorfia di bonaria presa in giro che gli dava un’aria da bambino e gli garantiva una riserva inesauribile di impunità. Bastava che lo accennasse ed era come se l’immagine del ragazzino sfrontato ma irresistibile si sovrapponesse alla sua faccia da adulto. Gli perdonavi tutto, e avanti a conquistare consensi. Gli altri li doveva sedurre, non erano tollerati insuccessi.

A Cristina piaceva quel suo essere sempre di corsa, come inseguisse ogni volta un sogno diverso e se lo contendesse con altri in una gara all’ultimo respiro. Non era stata una storia tranquilla la loro anche se si conoscevano sin da piccoli. I momenti di disconnessione si erano ripetuti negli anni, c’erano stati anche dei tradimenti. Si erano feriti reciprocamente, Cristina impegnata a non farsi incasellare nei limiti di moglie e madre, Adelmo guidato dall’urgenza di affermarsi come rivincita su un’infanzia sacrificata. Poi erano arrivati i quattro figli e i ruoli si erano distribuiti in modo tradizionale, aveva prevalso la necessità di dare una struttura solida alla loro impegnativa famiglia. Adelmo ripeteva a tutti che la realizzazione di una donna era la maternità e lei aveva finito per crederci.

Ma ora che i ragazzi erano cresciuti, lei sentiva che aveva un conto in sospeso con la vita. Il bisogno di creare qualcosa di suo, indipendente dalla famiglia, le scavava dentro, la rendeva inquieta e suscettibile. Adelmo nella sua corsa infinita accumulava impegni di ogni tipo e sembrava non accorgersi di niente, non notare lo stato d’animo della sua compagna. Poi arrivò la malattia. Cristina visse giorni durissimi, la reazione non fu automatica, da principio sembrò voler rinunciare alla lotta. Alla fine si strappò dalla paura e dall’inedia grazie al figlio maschio, il più piccolo, che sapeva sempre capire in che posto del suo cuore doveva mettersi. Anche Adelmo le era stato vicino ma non nel modo giusto, non come avrebbe sperato. In passato la sua tendenza all’introspezione l’aveva spinta spesso a chiedersi cosa sarebbe successo nella loro coppia di fronte a un ostacolo importante… ora aveva saputo la risposta.

Non fece una scelta plateale, non lasciò ufficialmente Adelmo, la pace familiare venne preservata. In un paese piccolo era bene sottrarsi alla curiosità degli sguardi, a quell’insinuare che giorno dopo giorno diventa certezza. Non voleva mettere in difficoltà la sua famiglia ma cambiare la sua vita.

E la cambiò: trovò una socia, frequentò un corso professionale, chiese un mutuo in banca e il mobilificio che misero in piedi cominciò a crescere. La sfida la coinvolse, la strappò alle considerazioni amare, le diede un’energia insperata. Adelmo capì troppo tardi che l’aveva persa.