Vizio di forma – Primo Levi

di ENRICO FORTE

«As snug as a bug in a rug» dice di sentirsi un personaggio di Protezione, serrato nella sua corazza anti-MM (micrometeoriti). Il racconto parla di un futuro imprecisato ma vicino: la Terra è immersa in uno sciame di asteroidi piccolissimi, che come imprevedibili proiettili possono scendere dal cielo e uccidere sul colpo. Ecco perché gli esseri umani devono indossare apposite armature metalliche, a tutte le ore del giorno e anche fra le mura domestiche. Il genere di storia che ci si aspetterebbe scritta nel 2020, a mo’ di allegoria critica sulle mascherine per il Covid; e invece Protezione esce nel 1971, entro la raccolta Vizio di forma del chimico Primo Levi.

L’autore qui non segue una vera e propria trama, ma mette in scena uno spaccato di vita sociale nel microcosmo di una serata fra amici. Le chiacchiere delle due coppie di personaggi – Marta ed Enrico, i padroni di casa, e i loro ospiti Elena e Roberto – sono registrate da un narratore a focalizzazione esterna, ma che con vari “scarti” verso l’interno si avvicina a Marta, riportando alcuni suoi pensieri e impressioni. Si fa cenno a una vecchia «faccenda» tra lei e Roberto, verso il quale Marta sente ancora un certo fascino: ai suoi occhi è lui «il più brillante», soprattutto per l’appeal della sua «corazza leggera, di modello inusitato», che Marta tristemente paragona alla «vecchia armatura in lamiera zincata» del marito Enrico. Inizialmente chi dirige la conversazione è proprio Roberto, fautore di una tesi “negazionista” per cui la storia dei micrometeoriti «è tutta una montatura», orchestrata dal «mercato dell’auto» per fare cassa.

Una teoria che Marta fra sé e sé non condivide, ma che non esita a sostenere in segno di complicità con la vecchia fiamma: così la donna afferma che l’invenzione degli MM è stato il modo in cui i commercianti «hanno creato un bisogno». Ma a prendere le redini del discorso, adesso, è Elena, moglie di Roberto, che nel suo «splendido completo in acciaio» dichiara di sentirsi benissimo, anzi «snug» (comoda) come uno scarafaggio nel tappeto, per riprendere una presa in giro lanciatale dal marito.

Sarebbe facile leggere, nel senso di comfort professato da Elena, una rappresentazione polemica degli esiti assuefacenti della società dei consumi. Non può essere irrilevante, tuttavia, che la considerazione più anti-consumistica del dialogo sia quella mossa poco prima da Marta, che in quell’occasione, come detto poco fa, non parlava con sincera indole contestatrice, ma solo per il gusto di appoggiare l’opinione di Roberto. La riflessione sulle ombre del sistema consumistico non è assente, certo, portata avanti già nell’alienante susseguirsi di spot pubblicitari («incitamenti, consigli, lusinghe») a inizio racconto. Ma è una riflessione che resta laterale: nel lungo elenco dei pericoli da cui Elena, grazie all’armatura, dice di sentirsi protetta («lo smog, le malattie, il destino, i cattivi pensieri») sembra messo a nudo un senso di vulnerabilità che prescinde dall’azione persuasoria della pubblicità («non credo sia un bisogno artificiale», sostiene la donna); la consapevolezza di una fragilità congenita all’esperienza umana, e che l’armatura aiuta in parte a esorcizzare.

Non è un caso che il discorso di Elena sia subito percepito come «pericoloso» dagli interlocutori, e che Marta si affretti a cambiare argomento: non solo la moglie di Roberto, evidentemente, ma tutti e quattro i presenti si sentono piccoli e meschini scarafaggi, bisognosi di un tappeto in cui nascondersi.