Trilogia della dissonanza – Nadia Dalle Vedove

di LUCIANO SARTIRANA

Un’originalissima opera in tre parti, un itinerario di scrittura lungo le vite di personaggi complessi…  le dissonanze fra ciò che sono, ciò che loro stessi si raffigurano essere e ciò che pensano il mondo sia. L’identità personale come viaggio infinito e instabile nel quotidiano, nelle relazioni, nel tempo.

Ciascun racconto fa riferimento a nomi immensi della musica classica, ma non c’è mera citazione, non è appello a “divinità” di un’altra arte affinché assista la narrativa, non ci sono echi immediatamente biografici (tranne nel primo, dove il protagonista è direttore d’orchestra e docente di musica). Abbiamo qualcosa di molto più sottile: scrivere come fosse musica, traducendo in scrittura gli stili compositivi di Bach, Beethoven e Mozart. Una mossa del cavallo intellettuale, una costruzione minuziosa e colta di rimandi e registri comunque facilmente accessibile.
Lo è soprattutto perché tutti i protagonisti, nelle loro ansiose esistenze e affaticati da anomali percorsi di vita, potremmo essere noi.

La prima storia (con Beethoven a fianco) è quella di un ex direttore d’orchestra. Durante gli anni del Conservatorio aveva vissuto quasi solo come desiderio e immaginata sensualità (“le sue gambe spalancate per accogliere il violoncello”) l’amore per la collega di studi Giulia. Poi le sue ambizioni da compositore, la sordità, il ripiego nell’insegnamento. Gli torna spesso in mente un atroce femminicidio letto sui giornali, nutre il terrore di poter essere un uomo violento.

La seconda storia (Bach) racconta di una giovane donna e del rapporto che l’ha legata alla sua psicanalista, ormai prossima alla fine… ogni parola faticosamente accumulata tra loro rispecchia un flusso di affetto come di provocazione, di attesa della risposta e della domanda giusta fingendo di non attenderla, di sguardo mai sazio su un precipizio reciproco.

Nella terza storia (Mozart: il protagonista ascolta spesso il “Requiem”) un giovane uomo – è reduce da un divorzio – vuole ritrovare suo padre Pietro che aveva lasciato lui e sua madre molto prima, tanto che lui neanche se lo ricorda. Decide un metodo singolare: ha qualche sua foto, sa che è alto 1,82… fotografa tutti quelli che gli assomigliano. Riguarda le foto con la mamma e le “ipotesi di Pietro” si moltiplicano.

Oltre che a queste storie e questi personaggi non certo comuni, il fascino di questo libro ha anche altri protagonisti.
Il primo è lo stile, per il quale l’aggettivo che mi è sorto in mente fin dalla prima storia è: spettacolare! Una scrittura paziente in grado di raccogliere sensazioni, imminenze, tagli di luce minimali. Agile, capace di intensità e stupore, disinvolta, chirurgica di fronte a sentimenti che sfuggono. Musicale – come non potrebbe esserlo, dati i numi tutelari? – grazie a scelte lessicali e vocaliche, di alternanza di forma delle frasi, di ritmica dei dialoghi e dei concetti. Un taglio insieme austero, fluido, elegante. L’atmosfera di un testo classico e contemporaneo.

Il secondo è la città di Trieste. Patria informale dell’analisi del profondo. Posizione geografica, mare di fronte e attesa del sole alle spalle, luminosità raccolta, bora proterva quanto imparziale. Frontiera del tempo e della storia, dell’alterità vicina e della nostalgia di sé… un sottotesto umano unico. Il cielo sopra Trieste era l’ideale per guardare dall’alto questi personaggi, queste donne e questi uomini, obliqui e irrisolti. 

Un libro unico, di un sentire maestoso, dove quei personaggi si amano e ci si preoccupa per loro. Un testo che si legge con un piacere antico!   

Nadia Dalle Vedove si diploma in Sceneggiatura per fiction e documentari alla Civica Scuola di Cinema di Milano (2001), lavora come libraia e nel 2004 fonda lo studio di produzione Fåröfilm con Lucia Stano, occupandosi di scrittura e sviluppo di prodotti audiovisivi. Nel 2009 segue il corso Campus “Script&Pitch” della Cineteca di Bologna e si specializza come story editor. Via via pubblica la pièce teatrale “Estranei” (Edizioni del Gattaccio, 2015); il romanzo “Fino all’ultimo inverno” (Bookabook, 2016); il memoir “Alfabeto Nina” (Italo Svevo Edizioni, 2021); la silloge poetica “Mi farò punteggiatura” (Transeuropa, 2023). Da anni lavora come story editor di romanzi e biografie.