Ultracorpi – Francesca Marzia Esposito

di LUCIANO SARTIRANA

Questo libro ha importanti radici lontane, anche se vicinissime sono le persone vere di cui si parla: culturisti e culturiste, ballerine classiche e ballerini classici.

Nel ‘600, René Descartes ci informa che la realtà si suddivide in realtà fisica (res extensa: appunto estesa e inconsapevole, il corpo) e realtà psichica (res cogitans: pensante e sede del linguaggio, libera perché senza estensione o limite, consapevole;  la mente). Siamo fatti dell’una e dell’altra e la cosa pare tranquilla e intuitiva.

Ma un retaggio antico fa sì che la res cogitans goda di molto più privilegio: le idee di Platone sono il modello immateriale di ogni cosa, inevitabilmente imperfetta; l’anima cristiana è pura, immortale, metafisico riflesso di Dio; l’attenzione all’interiorità di Paolo di Tarso e di Agostino di Ippona ignora il corpo e apre la strada a secoli di ascesi monastica; il principe Siddharta ci rammenta che tutto ciò che è materiale è illusorio; i cavalieri della metempsicosi guardano ammirati al vagabondaggio delle anime reincarnate all’infinito.
Insomma: il corpo non ha buona stampa. Non se lo fila nessuno, per dirlo in parole transeunti.

Per uscire da oblio e discredito, i corpi devono farsi ultracorpi.

Un pregio di questo libro è che Platone, Descartes o Siddharta non ci sono proprio, niente compendi di filosofia, non c’è astrazione. Le persone narrate sono Arnold Schwarzenegger, Iris Kyle, Ronnie Coleman, Carla Fracci, Rudolf Nureyev, Roberto Bolle. Ci sono corpi divenuti montagna, ci sono corpi divenuti aria… “ultracorpi” che come tali hanno reso ancella la res cogitans dei nostri pensieri, dei nostri giudizi, di tutto ciò che la mente ha istoriato sulla materia. Materia viva, appunto.

La mente – la collettiva nobile mente borghese – pur nell’applauso vive malvolentieri la nuova egemonia degli ultracorpi. Ai culturisti associa spesso stupidità, incultura, il pre-giudizio di mostruosità inestetica, la condanna morale per rovinarsi in quel modo, la censura orripilata di quando è una donna che si fa muscoli. Le ballerine classiche devono sorridere, essere inossidabile fantasmagoria sulle punte, ammortizzare curve, puro tratto grafico-coreutico che non fa immaginare null’altro… a esse si associano stupore, apollineità verginale in volo, conciliazione con la Bellezza e con l’istante.
Quindi, data la preponderanza della mente e del cogitans nei secoli, la costruzione dell’ultracorpo – in entrambe le versioni – non è affatto pacifica.

Vigoressia da una parte, anoressia dall’altra.
Disagio.
Ascesi della sofferenza e del rischio… moderna riedizione di costrizioni e punizione antiche.
Fallimento sempre a un passo.
Chimica.
Tendini sul baratro, olio industriale iniettato nei muscoli.
Far da sé e sottomettersi a una disciplina.
Cadere dalle punte. Infarto.

Le storie personali raccontate ci avvicinano a tutto questo e all’animo di coloro che puntano all’essere solo corpo. Persone fragilissime, eppure animate da una determinazione titanica. Più d’una finisce male.
La società li ammira e se ne sente disturbata. Cerca di tranquillizzarsi, non averne un impatto diretto… i punteggi per i concorsi dei culturisti hanno iniziato a prevedere margini di “normalità”, di limite all’eccesso. La danza diventa televisiva, equilibrata, abbraccia forme musicali lontane dal dogma filiforme del primo ‘800.

Il corpo – il loro corpo – è spettacolo e specchio. Evidenzia quanto il corpo sia costruzione sociale anche quando tenta diversità estrema, perché vi calamita il sociale quanto le sue oscurità. Tra pagine migliori del libro di Francesca Marzia Esposito, c’è la riflessione su ciò che è pregiudizio, su quanto sia difficile essere di larghe vedute di fronte agli ultracorpi.

Un testo non semplice, dove un pensare ad alta quota si intreccia con biografie toccanti.
Uno stile di scrittura molto personale, inedito, elegante, sismico.  Di umanità.
Il libro più intelligente dell’anno. Lietissimo di averlo letto!