L’anno della garuffa – Anna Di Cagno

di LUCIANO SARTIRANA

La storia ha inizio il 16 marzo 1978: a Roma, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro e uccidono i cinque uomini della scorta. Le piazze d’Italia si riempiono di migliaia di persone attonite.

Nel romanzo, poco prima, in una cittadina del Meridione viene rapito Luca Barnaba, dieci anni, figlio di un imprenditore locale.

Stragi, attentati politici, aggressioni, trame oscure e perfino un tentativo di colpo di Stato funestano la nazione da anni, la società e le menti delle persone, e l’agguato di via Fani ne è il culmine inaspettato. In un certo senso, anche la sequela dei rapimenti di persone facoltose – spesso finiti male – è diventata un’agghiacciante consuetudine… ma con un bambino non era mai successo.

Due protagoniste, direi le principali, spalancano gli occhi su ciò che sta accadendo.

Monica Traversa ha tredici anni e la sua famiglia è amica dei Barnaba. Lei stessa è in classe con Dalila, l’altezzosa sorella maggiore di Luca. Monica e Dalila non si amano granché. Monica sente Dalila dire che è contenta le abbiano tolto di mezzo il fratellino, per lei un invadente e uno scocciatore. Monica è ingenua e svanita come chiunque alla sua età, ma quei fatti le accendono un’intelligenza personalissima, che prende a comporre le cose pezzo a pezzo… immagina, ipotizza, mescola, fraintende, fa due più due, prende cantonate e fa sciocchezze. Ma pensa. Capisce che degli adulti non può più fidarsi. Che una famiglia – anche la sua – può reggersi sul discutibile. 

Maria Grazia Amendo è una giovane aspirante giornalista, è del posto, cerca di farsi apprezzare attraverso disponibilità a ogni ora e rigore dei suoi pezzi. Il suo entusiasmo si scontra però con il sarcasmo maschile del suo direttore, la noncuranza per l’ultima arrivata, il ritmo abitudinario del giornale dove scrive.

Monica e Maria Grazia vengono a conoscersi. Per la ragazzina l’altra è un’adulta che la prende sul serio; per la giornalista l’altra è una fonte vicinissima alla famiglia del bimbo rapito. Lo scambio di informazioni non è sempre lineare, gli abbagli sono sempre a un passo. 

“L’anno della garuffa” ha più di un sentiero, e ogni sentiero è un pregio.

Il primo è l’onnipresenza – ovviamente – del rapimento di Moro in tutte le sue tappe: i comunicati delle BR, gli appelli e le tensioni politiche, papa Paolo VII, il lago della Duchessa. Onnipresente nella visione soggettiva di ciascuno, perché ciò che Monica apprende dalla tv appartiene al mondo dei grandi, e ne colpita fino a un certo punto.

Un secondo percorso è dato dalla vita quotidiana di neo-adolescenti, fatto di amicizie strettissime come di gelosie, dubbi sul proprio corpo, segreti personali e famigliari volatili, feste, scuola e prof, esperimenti balzani con pillole… la speranza che Luca torni. Monica, Dalila e le altre sono raccontate passo passo nel loro maldestro incedere dei giorni e dei sentimenti, ed è un interessantissimo spioncino su quell’età stramba che si dimentica presto e che – tecnologie o meno – pare uguale nel tempo.

Un terzo aspetto interessante è l’intreccio criminale fra sequestri, contrabbando e finanza pulita.      

Siamo a quattro: questo libro è stato scritto attraverso un grandangolo storico, politico ed emozionale davvero largo. C’è la durezza del periodo (sequestri, violenza politica, alta tensione sociale, crisi economica, messa in causa dell’informazione), cruciale per la storia della Repubblica. C’è l’instabile punto di equilibrio temporale fra la fine della guerra, il dopoguerra e assetti e mutamenti sociali ancora in embrione. Ragazzine che crescono assorbendo subliminalmente la crisi… per un adolescente, prima il futuro era luminoso e alla portata, ora entra negli animi giovani l’impressione che non finirà bene.

Tutto questo è racchiuso nel tratto numero cinque, che è una scrittura ariosa, verticale, capace di intimità e di società, vicinissima ai personaggi e al loro sentire. Il piacere di leggere cose grandi in modo piacevole e con una leggerezza acuta, che incuriosisce e anela la pagina dopo.

E per ultima viene la garuffa…! Il termine indica un colpo di sponda nel gioco del biliardo, azzardato quanto temerario e imprevedibile, che devia la biglia battente nell’impattare la sponda corta. Una parola che non conoscevo. L’idea che in certe situazioni un pensare “normale” non serve a niente. Urge il colpo astuto, imprevedibile, che disorienta.

Nei guai, nella vita, nello scriverne.

E nel leggere libri belli come questo!