Eravamo dei grandissimi – Clemens Meyer

di LUCIANO SARTIRANA

La storia è ambientata in un quartiere popolare di Lipsia e si snoda nell’arco di una decina d’anni, dal 1985 al 1995. All’inizio la città fa naturalmente parte della DDR e altrettanto naturalmente – più o meno – dal 3 ottobre 1990 lo è della BDR, la Germania riunificata. I protagonisti sono sei e nel 1985 hanno circa nove anni. Vanno a scuola, partecipano alle rassicuranti attività che la DDR riservava per loro (erano Pionieri, una sorta di scout del socialismo reale), hanno famiglie rese dure dal duro lavoro, dalle dure relazioni casalinghe e professionali, dalla dura attenzione che si deve mettere parlando con chiunque. Possiamo anche presentarli: c’è la voce narrante Daniel Lenz (“Danie” für die Freunde) e, nella raramente buona e nella normale cattiva sorte, abbiamo Rico Grundmann (aspirante boxeur), Mark Bormann, Walter Richter, Paul Jendroschek e Stefan Schulte (che a un certo punto e per certe circostanze si chiamerà solo “Pitbull”).

Sei giovanissimi farabutti che vivono sull’orlo e lo attraversano spesso. Attraversano un’adolescenza molto precoce, tra scuola e case da dove entrano ed escono nei modi e dai buchi più disparati, risse di quartiere e di condominio. Passano sovente la soglia di vecchie birrerie, i luoghi dove stanno più spesso con i padri alcoolizzati. Traslocano con l’intera DDR nel mondo di qua in una fredda serata di novembre, non rendendosi del tutto conto di cosa sta succedendo; una sera da cui cambiano molte cose… per esempio, persone che prima tutti salutavano adesso hanno il vuoto attorno, né un lavoro né una birra (nella migliore delle ipotesi), perché noti informatori della Stasi.   

Non ci sono più le occasioni di aggregazione comunista, i nostri sei cadono nell’acqua fredda senza quasi saper nuotare. La vita si fa più acre, da quelle parti, con fabbriche dismesse perché improduttive secondo i canoni occidentali. Danie Lenz e gli altri crescono, accumulano un anno all’altro con furore e fatica tra bevute, fumate, sniffate, primi tentativi di sesso. Sono “chimici”, nel senso del tifo per la Chemie Leipzig, la squadra di calcio proletaria della loro città contrapposto all’arroganza dei nemici giurati della Dynamo Berlino, con i quali è scontro senza quartiere. Sono fieramente contro i naziskin post-Muro, sono fra i pochi a non averne paura. Ogni tanto, qualche mesetto a Zeithain, il locale carcere minorile, qualcuno di loro se lo fa. 

Mettono insieme un surreale club techno in stile berlinese.

Eppure a Danie, Rico, Mark, Walter, Paul e Stefan ci si affeziona, di vero cuore e quasi commovendosi. Vorrebbero anche comportarsi bene, soffrono davvero per i dolori arrecati alle loro mamme, sono anche consapevoli del valore della scuola, dell’avere un buon rapporto con la cultura e il futuro, sono fieri antifascisti.

Ma restano personaggi da vita spericolata, satelliti senza un’orbita, leoni e fifoni, tra loro anche distanti e reciprocamente dimentichi… con l’unica forza, comunque, di essere un pugno che si chiude unito contro il mondo quando serve.

Ci provano. Le prendono. Ci bevono su. Una ne fanno – male – cento altre le farebbero. Le prendono. Le prendono. Scappano su un tetto. Belli neanche tanto, certo impossibili.

L’autore Clemens Meyer è nato a Halle nel 1977, figlio di infermieri. Nel 1989, tutta la famiglia partecipa alle manifestazioni contro il regime di Honecker, ma anche per la difesa del clima. Loro, tanti gruppi e tanti cittadini tedesco-orientali vogliono che la DDR continui a esistere, con le sue garanzie per il lavoro, l’ottima istruzione e l’assistenza sociale, ma senza Stasi e in più la libertà di parola, di viaggio, di stampa. Andrà in un altro modo. Moltissimo del romanzo è autobiografico.

Prego, salire su uno dei migliori ottovolanti letterari degli ultimi anni.