Gli inquieti – Linn Ullmann

di LUCIANO SARTIRANA

Ho letto Gli inquieti (titolo originale De urolige), della scrittrice norvegese Linn Ullmann, tradotto da Katia Bagnoli e pubblicato da Guanda.

Karin Beate Ullmann, detta Linn, è nata il 9 agosto 1966 a Oslo. Ed è figlia di due leggende: Liv Ullmann e Ingmar Bergman. A dodici anni ha avuto il ruolo di sua madre da piccola nel film Sinfonia d’autunno, diretta da suo padre; ma la sua strada è stata poi quella della narrativa e del giornalismo.

In questo libro racconta appunto come è stato avere questi genitori, focalizzandosi sugli anni della sua crescita, ma soprattutto sugli ultimi della vita del regista. Il filo conduttore è offerto dall’idea di scrivere un libro con lui, la raccolta di memorie e riflessioni di un grande intellettuale e nello stesso tempo di un padre assente per buona parte della vita della figlia. Scoprire papà sul finire del suo tempo.

I colloqui, gli appunti e le registrazioni avvengono naturalmente sull’isola baltica di Fårö. Là Ingmar Bergmann ha girato molti suoi film (La fontana della vergine, La vergogna, Passione, Scene da un matrimonio), vi ha abitato condividendo la vita semplice degli abitanti, vi radunava ogni anno i suoi molti figli (si è sposato cinque volte, più Liv Ullmann senza nozze), tra cui Linn, per trovarsi e vedere film in una sala che aveva fatto costruire.          

La sua salute precaria fa sì che gli incontri non siano a cadenza regolare. Alcuni sono  densi di ricordi e pensieri, in altri si salta di frasca in palo o si confondono le persone – persino una moglie con l’altra – e Linn fatica a trovarvi il nucleo. Altri ancora sono nervosi e indecifrabili, irritati, indisponenti. La memoria, i limiti umani, la morte intorno. Tanto e poco, più terreno instabile che certezze per lei, Linn, che voleva raccontare un genio e insieme capire sé e un padre semisconosciuto.

In parallelo c’è la narrazione del suo rapporto con la madre attrice, icona mondiale quanto donna in perenne tellurica tensione. Il suo trasferimento artistico, per qualche anno, negli States. Madre e figlia in reciproca fuga una dall’altra, attrazione una verso l’altra, richiesta di affetto e di una sintonia comunque sempre diafana. Come un’aurora boreale. Come in uno specchio.

Linn Ullmann ci racconta tutto ciò con uno stile e una capacità metaforica strepitosi: il flusso della sua scrittura ci fa cogliere ciò che accade con un’unica, precisissima immagine estetica, interiore, di libertà commossa.
Uno spettacolo poetico-narrativo nel quale ritroviamo i crepuscoli, le interiorità, i dilemmi filosofici, la luce raccolta degli interni, la flebile magica invernale lanterna dei film di Ingmar; della voce, della presenza sontuosa, degli sguardi penetranti e incantati di Liv. Inquieti l’una e l’altro. 

L’autrice lo conclude e ce lo consegna con queste parole: “La verità è che non si sa mai molto della vita altrui, men che meno di quella dei tuoi genitori”.
Un libro limpido, commovente, intenso.
Che volevo non finisse mai.