La controfigura – Libero Bigiaretti

di ENRICO FORTE

Il colpo di scena letterario ha raramente la stessa fortuna di quello cinematografico. È difficile pensare a un libro che, con una rivelazione inaspettata, lasci tanto a bocca aperta quanto i finali di certi film, come Il sesto senso o I soliti sospetti.

Né horror né thriller, La controfigura di Libero Bigiaretti non si gioca tutto fra le ultime pagine, ma dimostra che anche la letteratura, se di qualità, può covare svolte clamorose, indimenticabili. Per un’analisi più convincente, beninteso, occorrerà rivelare fin da subito la natura del colpo di scena: chi desideri affrontare La controfigura senza grosse anticipazioni (e ne vale la pena) farà meglio a sospendere qui la lettura dell’articolo, per tornare all’Accademia della Mela dopo aver recuperato il libro.

Bigiaretti scrive della vacanza di un narratore trentenne e della moglie Lucia, più giovane di lui, su una spiaggia del Montenegro. La coppia passa le giornate osservando un enigmatico straniero, per cui Lucia mostra una curiosità che il marito, ovviamente, registra con fastidio. Ma il narratore, a dire il vero, appare a tratti distante, immerso nel pensiero ossessivo per la figura di una donna ideale, più matura e soddisfacente di Lucia. Proprio della moglie, in effetti, essa rappresenta una specie di «controfigura» irraggiungibile, «nel senso che interpreta parti che Lucia non sa fare». A questa proiezione mentale, inoltre, il protagonista pare aver assegnato un nome e una fisionomia ben definiti: la chiama “Nora”, la descrive come «morbida, palpitante, lo sguardo velato e un tantino fuori moda».

In ogni caso, la permanenza in Montenegro è complicata da un annuncio inaspettato: presto li raggiungerà la madre di Lucia, verso cui solitamente il narratore, da bravo genero, mantiene un atteggiamento di dichiarata antipatia. È proprio il suo arrivo, tuttavia, a sovvertire lo status quo disegnato nella prima metà del romanzo.

Il colpo di scena si consuma proprio al centro della narrazione, nel momento in cui il protagonista, senza preavviso, si rivolge alla suocera col nome di Nora, implicando che la misteriosa “controfigura” di Lucia non sia affatto il costrutto mentale che si lasciava intendere all’inizio. E così, quello che pareva solo un capriccio della fantasia (strampalato, certo, ma di fatto innocente) assume d’improvviso i tratti di un desiderio adulterino e incestuoso, gettando una luce inquietante sul matrimonio del protagonista.

Ma perché il lettore resta ignaro fino all’istante decisivo? Qual è la strategia di Bigiaretti nella prima metà del romanzo, così che nulla, in mezzo ai tanti indizi, sembri annunciare la svolta?

Nora è presentata come una figura eterea fin dalle prime menzioni, anche se il narratore non ne parla mai davvero nei termini di un’amante immaginaria. Anzi, l’esistenza in carne e ossa della “controfigura” è dichiarata fin da subito, pur mediante scelte lessicali volutamente ambigue: «Meglio dirlo subito – si precisa nel primo capitolo – Nora non è la mia amante, non è niente, però esiste». Le sue irruzioni fra i pensieri del protagonista si associano a «guai, cose da pazzi, litigi e abbracci», alludendo sì a un’infatuazione proibita, ma senza chiarire la vera natura della proibizione: quando si dichiara che «tra la grande Nora e me c’è una difficoltà obiettiva molto grossa», il lettore si è già abituato a decodificare la “rivale” di Lucia come una «presenza», un’«immagine», una «nevrosi» (se non una psicosi) cresciuta «a mia insaputa dentro di me, come un verme parassita».

In questo senso, che talvolta se ne parli come di una donna reale – Nora che «non sospetta» di ciò che il narratore sente per lei, Nora «impacciata da qualche mia occhiata», Nora che «un giorno o l’altro saprà, lo sapranno tutte e due» (lei e Lucia)  – sembra riconfermare la stessa impressione: quella del bizzarro, allarmante delirio di un marito insoddisfatto.

Ecco allora che la voce del protagonista può nominare Nora da una parte, la madre di Lucia dall’altra, senza mai lasciar intendere che siano la stessa persona. E non è che lo faccia con malizia, questo. Non si ha a che fare qui con un narratore sveviano, tutto preso a imbrogliare il lettore sui propri moti interiori. È solo che, fin dall’inizio, la “controfigura” è presentata sullo sfondo della «fittizia realtà della fantasticheria». E chi potrebbe immaginarlo, così presto nella storia, che l’esigenza di “fantasticare” nasca dalla lontananza fisica della suocera? È altrove, del resto, che si concentra inizialmente l’attenzione di chi legge: non sul sospetto di un’identità nascosta, ma sull’interrogativo drammatico di fondo – come farà questo povero matto a gestire la propria ossessione?

Ma la rivelazione di metà romanzo cambia tutto, retroagendo su ogni aspetto del rapporto con la giovane coniuge. Sì, la “controfigura” era già stata descritta come «più grande di Lucia, più donna, più tutto», e il narratore aveva già parlato del corpo della moglie come di un tramite, un velo da «trapassare» per arrivare all’altra: «Sapore, alito, odore di Nora traspirano dal corpo di Lucia», scrive Bigiaretti a un certo punto.

È solo dopo il colpo di scena, però, è solo allora che certe parole si riaffermano nelle loro effettive, sinistre implicazioni: la giovane Lucia come maschera inconsapevole, copia immatura della madre, evidentemente sulla base di un richiamo genetico, parentale. Un richiamo di sangue, che nella mente del protagonista mescola in un unico tormento erotico le due figure femminili.

E allora la vacanza della coppia, fatta di noie e piccole liti, si squarcia all’improvviso, anche se in silenzio, sotterraneamente. Il midpoint de La controfigura non è solo una sorpresa ben congegnata, infatti, ma segna un vero e proprio spostamento dell’asse narrativo: da cronaca coniugale a spietata anatomia del desiderio, da avventura bovaristica a teatro perturbante di sovrapposizioni.