

di ENRICO FORTE
“A quel tempo grandi fiumi scorrevano per grandi foreste, sulla terra il silenzio era meraviglioso”.
Si apre su un passato epico e “assoluto”, per dirla con Bachtin, il Guerrin Meschino di Gesualdo Bufalino, scritto all’inizio degli anni ‘90 sulla scorta dell’omonimo romanzo di Andrea da Barberino (XV secolo).
Che poi questo passato remotissimo, irrintracciabile e “slegato” dall’oggi (ab-solutus, appunto) non sia altro che l’età carolingia, questo poco importa: dopotutto, è con occhi e orecchie di bambini che si è invitati a leggere il libro di Bufalino, essendo tutto il racconto messo in bocca al vecchio burattinaio di un teatrino di pupi siciliani.
Una fiaba per bambini, dunque? Con questo si ha a che fare, sfogliando il Guerrin Meschino?
Non proprio, se si tiene conto della veste linguistica semi-arcaizzante e della profonda maturità dei contenuti. Come esempio di entrambi i fattori basterà citare la prima scena d’azione del romanzo, a proposito di una guerra sorta dal desiderio ossessivo di un principe per una donna: “Quanto sangue e come dilaga per la contrada, dalle sodaglie del sottobosco ai colti fuori le mura, fino a stamparsi in vermigli spruzzi sui merli, le selci, gli stipiti della città! […] Non si capisce chi è cristiano e chi no, a tal punto si son confuse le membra nello spiccarsi dai corpi; né si capisce chi ha perso, chi ha vinto”. La giovane per cui si combatte, intanto, aspetta nel palazzo reale assediato dagli invasori, e “sa che fra un istante un signore, sudicio di carneficina, la prenderà fra le braccia gemendo”. La nausea della violenza bellica, l’orrore dei rapporti di potere rappresentati in poche righe di rara intensità.
Bufalino lavora per sottrazione sulla materia originale, proponendosi di isolare singole scene dell’opera quattrocentesca e di mettere in risalto, di quelle scene, immagini potenti e memorabili.
È il caso dello scontro di Guerrino con Macabeos, gigante antropofago incontrato dal protagonista durante il viaggio verso Est: sul duello col “mostro energico e immane” cala infatti un velo di silenzio, si dice solo che “durò poco” per poi scattare all’immagine di Macabeos “lasciato di traverso per una radura, con ambe le gambe mozze, a dissanguarsi pietosamente”.
Bufalino gioca con abilità tra ellissi come questa e messa a fuoco di momenti di grande forza percettiva; meno efficaci sono le parti della trama originale che l’autore, anziché tacere ed elidere, sceglie di restituire per mezzo di sintesi. È quello che succede in una sequenza che poteva avere un forte impatto drammatico, vedendo l’amico Alessandro rapito dai Turchi che assediano Costantinopoli e il protagonista scendere in campo per riscattarlo; una sfida dalla posta in gioco altissima, ed è un peccato che tutti questi eventi – il rapimento, la decisione di Guerrino di agire e il duello col turco Pinamonte, personaggio di peso ben maggiore di una comparsa come Macabeos – si esauriscano in un solo paragrafetto, culminante con Guerrino che “ottenne tenzone e la vinse”.
Sotto il profilo strutturale, comunque, il romanzo di Bufalino conserva almeno due aspetti di indiscussa originalità, che valgono a farne più di un semplice retelling della storia delle avventure del “Meschino”, dando forma a una riappropriazione personale e arricchita dello spunto di partenza.
In primo luogo, è d’interesse la cornice del “vecchio puparo”, non mera funzione di narratore intradiegetico, bensì personaggio a tutto tondo, che arriva a chiudere “per lutto” il teatrino in corrispondenza con gli attentati a Falcone e Borsellino. Proprio i tragici fatti di maggio-luglio 1992 sembrano disilludere “l’oprante” (nonché lo scrittore) rispetto al senso di narrare le gesta di un eroe fittizio, visto che “non verrà Guerrino a salvarla [la Sicilia] / con la sua spada di latta / a cavallo di Macchiabruna”.
Una considerazione desolante che porta dritto al secondo elemento di originalità strutturale, ossia l’accelerazione improvvisa che il romanzo subisce dopo il lutto del “puparo”: basti pensare che a Guerrino vengono profetizzati tre incontri, “tre prove” da superare (un classico topos epico-fiabesco) prima di portare a compimento la ricerca dei propri genitori; eppure il topos risulta sovvertito quando, dopo il primo degli incontri, il romanzo si interrompe bruscamente, lasciando Guerrino nel sospetto di non essere altro che un pupo, una marionetta senza voce e volontà.