Non dico addio – Han Kang

di LUCIANO SARTIRANA

Inseon è una filmmaker indipendente. Gyeong-ha una scrittrice, venuta a contatto con Inseon in modo casuale ma che ha portato ad alcune collaborazioni. Una relazione non sempre facile: Inseon è impenetrabile, concentrata su se stessa e sul suo lavoro; Gyeong-ha se ne irrita senza lasciare emergere ciò che prova. Sono entrambe sulla cinquantina. Sono mesi che non si sentono.

Gyeong-ha ha appena pubblicato un libro sul massacro di Gwangju, avvenuto il 18 maggio 1980 a opera della dittatura militare sud-coreana di allora, con un totale di vittime fra le mille e le duemila. Un lavoro che l’ha resa importante, ma anche gettata nella depressione e negli incubi per ciò che è venuta a sapere. Inseon si è autoreclusa nella vecchia casa di sua madre sull’isola di Jeju (quasi duecento chilometri a sud della penisola coreana, nel mar Cinese Orientale), lavorando come artista del legno.

Un giorno, Gyeong-ha riceve una telefonata nella quale fatica a riconoscere la voce. È Inseon… le dice di essere immobilizzata in ospedale e le chiede di venire da lei, è una cosa importante. Gyeong-ha non ne ha nessuna voglia, però parte e incontra l’amica in uno stato pietoso per un incidente con un attrezzo da lavoro. Inseon le chiede di recarsi fino a Jeju per prendersi cura del pappagallino che ha dovuto lasciare là, che senza nessuno morirebbe presto.

Gyeong-ha accetta e attraversa un viaggio infinito tra tempeste di neve e il serio rischio di morire congelata. Arriva a casa di Inseon… e qui inizia un cammino tormentato – di concrete sensazioni sensoriali ma soprattutto di interiorità, sull’orlo del sogno e dell’alba, del visibile e dell’invisibile – dove i personaggi di lei, di Inseon e di sua madre, dello stesso uccellino portano al centro del dolore loro e dello stesso Paese. In relazione a un altro massacro: nel 1948, a Jeju era scoppiata una rivolta contro le pesanti tasse sui prodotti agricoli; il governo militare statunitense e l’esercito sud-coreano la repressero provocando fra le 30.000 e le 60.000 vittime. Tra esse, la madre di Inseon.

E qui arriva il miracolo della scrittura di Han Kang, giustamente premio Nobel per la Letteratura 2024. Una materia crudele, l’eredità cupa che grava sulla memoria di un Paese in apparenza gioioso e vibrante di futuro (ma dove, di recente, il presidente ha tentato un golpe…) sono raccontate attraverso istanti sospesi, un linguaggio poetico e immaginifico, il tranquillo convivere allo stesso desco illuminato da una candela di persone che dovrebbero stare in luoghi e dimensioni diverse. Chi è vivo, chi non lo è più, chi si sente afferrato dal passato e chi quel passato lo vive tuttora? Chi è sepolto là fuori nella neve? Dov’è l’animo dolente di ognuno? Come adempiere oggi al dovere del ricordo? Cosa sono quei tronchi appoggiati al muro?

Non è più importante sapere chi è lì a Jeju tra la neve che turbina e chi no, chi segue un’ombra, chi parla attraverso il silenzio o guardando una piccola luce. Queste tre donne – quattro con Han Kang – ci portano lontano, ci uniscono al tempo che fugge.

E si legge che è un incanto! Un libro semplicemente grandioso.