Candido in Italia – Giovanni Mosca

di ENRICO FORTE

“In Italia non avviene mai nulla”: è questa, sulle prime, la convinzione del protagonista di un romanzo di Giovanni Mosca, uscito per Rizzoli nel 1976 e ispirato al Candide di Voltaire. Del conte philosophique settecentesco, il Candido in Italia riprende più che altro i nomi dei personaggi principali e il susseguirsi di peripezie tragicomiche.

Si può dire che Mosca, in larga misura, riesca a tener testa al ritmo narrativo dell’originale, non perdendo l’occasione di offrire momenti comici di grande efficacia: “Viveva a Santa Maria della Quercia, uno dei paesi più sperduti dell’Appennino abruzzese”… Già la lettura dell’incipit strapperà una risata a chi si ricordi del capolavoro narrativo di Voltaire, con l’improvviso effetto di straniamento provocato dalla scelta dell’Abruzzo (il Candide iniziava in Westfalia); e se Mosca rimanesse su questa linea, limitandosi a una parodia incalzante e divertente del testo di Voltaire, lo scopo si potrebbe dire quasi del tutto raggiunto. L’autore sceglie invece di sfruttare questa riscrittura come cassa di risonanza del proprio sentire socio-politico, finendo spesso per tradire l’onestà intellettuale dell’illuminista francese.

Nucleo tematico del Candide, come è noto, era la questione del male. Le disavventure, ingiustizie e atrocità che di pagina in pagina colpivano il giovane protagonista, quasi confermavano la visione del personaggio Martino, l’idea che il mondo sia stato creato solo “per farci arrabbiare”. Nella rappresentazione del male, il merito di Voltaire era di mettere in scena situazioni realistiche, disponibili a un’implicita denuncia sociale da parte dell’autore: quando Candido e Cacambo, presso la colonia di Surinam, incontrano uno schiavo nero monco e zoppo, è costui a spiegare loro che “quando lavoriamo negli zuccherifici, e la macina ci afferra un dito, ci tagliano la mano; quando tentiamo di fuggire ci tagliano una gamba: a me sono capitati entrambi i casi. È a questo prezzo” conclude significativamente lo schiavo, rivolto ai lettori più che ai personaggi, “che mangiate zucchero in Europa”.

Al pionierismo progressista di Voltaire, nel Candido in Italia Mosca contrappone un sistema di valori reazionari e tradizionalisti, accanendosi in particolare contro il femminismo e il comunismo, senza mancare qualche stoccata agli omosessuali. Accanimento che non passa – è questo il problema – per argomentazioni sottintese a situazioni narrative verosimili, che trovino riscontro nella realtà quotidiana (come in Voltaire): gli obiettivi polemici di Mosca vengono furbescamente deformati dal narratore, seguendo quello che sembrerebbe proprio lo “stratagemma n. 1” de L’arte di ottenere ragione di Schopenhauer, ossia “portare l’affermazione dell’avversario al di fuori dei suoi limiti naturali, […] prenderla nel senso più ampio possibile ed esagerarla”.

Ecco allora che il Candido italiano incontra “bande di femministe che, prese da accessi isterici, s’erano denudate e bestemmiavano”, mentre Pangloss, inizialmente omofobo, viene sodomizzato da tre “intellettuali decisi a sentirsi diversi”, solo per scoprire che “l’esperienza non gli era del tutto dispiaciuta”. Le femministe come “ossesse”, “invasate” e persino “Furie”, l’omosessualità come violenta e contagiosa malattia; a questa si aggiunga, da parte di Pangloss, l’adesione a un PCI dai tratti grotteschi: il partito di Berlinguer è rappresentato da Mosca alla stregua di una cricca pseudo-massonica, il cui potere parallelo allo Stato vale notevoli vantaggi sociali ai suoi membri, non ultimo allo stesso Pangloss, proiettato dal giorno alla notte in una vertiginosa ascesa nel mondo dello spettacolo.

Questo Candido in Italia, pur malauguratamente asservito a ubbie socio-politiche di dubbio gusto, rimane un romanzo godibile e ben fatto.