

di LUCIANO SARTIRANA
Siamo in Italia centrale, fra i boschi e i monti dalle parti di Rieti. Nella trama di partenza i personaggi principali sono più d’uno.
Miriam è cresciuta in altura, in una sorta di baita in pietra con la sola compagnia di suo padre Libero (uomo filosofico, scettico e razionale) e dallo zio Primo (uomo olistico, panteista e contemplativo) fratello di Libero; e di una lupa adottata.
Eleonora è una ricercatrice in Antropologia, è da quelle parti per un suo studio. Viene a sapere per caso di una ragazza scomparsa giorni prima dal paesino, forse sull’altopiano; una storia oscura di cui nessuno lì ama parlare.
Chiara è la ragazza scomparsa. Le poche voci parlano solo della sua esuberante gioventù.
Lola è una giovane donna ricoverata in un ospedale psichiatrico dopo un Tso. Santo è lo psichiatra che l’ha in cura e che fatica moltissimo a dare un contorno ai deliri di lei.
Situazioni che già all’inizio intuiamo interessanti, ne cogliamo in nuce la suspense e le possibili direzioni. Ma ci sono altri protagonisti cui in partenza non si fa caso: la montagna, la natura, la memoria. Uno sguardo.
Specialmente la montagna si cattura la scena – quella della storia, quella dell’interiorità dei personaggi – con le sue tante atmosfere: pace, fatica, durezza, incombenza, maestosità, immanenza, agguato.
E anche l’addentrarci in questa trama ricorda una passeggiata in montagna… partiamo da un sentiero evidentemente facile, dove i passi vanno da soli perché le singole vicende ci paiono note. Si fatica, certo, ma appena il giusto. Poi comincia ad apparire qualche sasso in mezzo, un rivoletto d’acqua che ci obbliga a una deviazione, il tracciato si inerpica e si riempie di asperità, affanno… le cose si fanno impegnative, lo sforzo di capire dove siamo (pensavamo fosse altra la direzione) considerevole.
Questo per salire la montagna. Questo per conoscere davvero Miriam, Lola, Eleonora, Primo, Libero, Santo.
Non si tratta di fatica nella lettura, perché lo stile è agile e accompagna bene, aggiunge poesia e riflessione senza che il passo rallenti. Nelle scene importanti, i dialoghi sono forti e diretti, scoperchiano alla grande i sentimenti, le rabbie, le ansie, le pietre rotolanti da un passato.
E, tornando alla storia, ciò che succede nella seconda parte e nel finale è a tensione e sorpresa altissime. Il bosco, la notte, le linee sotterranee di ogni personaggio, l’istante denso di tragedia in occhi che si incrociano trovano la verità. Una verità da brivido. Da lasciarti appeso a una parete dopo aver perso il sentiero.
Emanuela Valentini vive tra Roma e Cervia, è coach letteraria, docente di Scrittura creativa e co-fondatrice dell’Art Factory Storie Infinite. Ama la cultura underground e la fotografia. Del suo primo romanzo thriller, “Le segnatrici” (Piemme, 2020), è in corso l’adattamento cinematografico (Cine1 Italia e Colorado Film). Sempre con Piemme ha pubblicato nel 2022 il thriller psicologico “Le lacrime delle sirene”.