

di LUCIANO SARTIRANA
Ho letto La donna dal cappotto verde, della scrittrice di origine ungherese ma italiana da molto Edith Bruck, uscito con La nave di Teseo.
Un nome, la forza di una scrittura e della storia guardata in faccia: Edith Steinschreiber Bruck (cognome del secondo marito) è nata a Tiszabercel, un paesino sul Tibisco nella puszta, il 3 maggio del 1931. Una famiglia ebrea poverissima. Nel 1944 viene deportata ad Auschwitz, poi a Dachau e a Bergen-Belsen. Vive in Israele dal 1948 al 1954, quando arriva a Roma e ci resta, lavorando come regista, traduttrice, scrittrice. In italiano, “lingua non mia” ma che le permette di avere il distacco sufficiente per narrare ciò che ha vissuto.
La donna dal cappotto verde si apre su un quadro di raccolta quotidianità familiare: siamo circa nel 2010, Lia è un’anziana scrittrice alle prese con un romanzo dove la protagonista non ricorda più molte cose; suo marito Dario è poeta e ha novant’anni; vicino a loro ci sono spesso la nipote Deborah e la colf moldava Veronika. La loro vita appartata si svolge tra la scrittura, il giro di Lea nel quartiere per la spesa, i tanti piccoli affettuosi riti di questa coppia con molti anni insieme alle spalle. Una piccola complicità fra anziani, la familiarità serena degli angolini di casa e lungo la giornata.
Un giorno, in un negozio, una sconosciuta anche lei di una certa età e che indossa un cappotto verde la apostrofa: «Sei la piccola Lea di Auschwitz…» e subito sparisce.
Questo incontro la sconvolge. La memoria della disumanità subita da piccola, la perdita della famiglia, lei che sopravvive. E come poteva quella chiamarla Lea, quando ad Auschwitz tutti erano solo un numero? Solo una Kapo responsabile del suo gruppo poteva conoscere il suo nome… ricordarselo, riconoscerla dopo tutti quegli anni, soprattutto mostrarsi a lei in quel modo. Perché?
L’incontro diventa ossessione. Lea vuole ritrovare la donna, scoprire il senso di quell’episodio che le ha riaperto una voragine. Un abisso nella memoria.
La memoria che la protagonista del suo romanzo non ha più, e che lei Lea fatica a sviluppare.
La memoria dei primi anni di vita con suo padre che va al mercato, istanti fuggevoli della loro vita prima del lager.
La memoria che gira e aggira Auschwitz… non riesce a identificare la donna dal cappotto verde, ma riemerge ciò che è stato. E, proprio nei giorni incupiti dalla ricerca di quella donna in tutta Roma, un altro evento improvviso la riporta a una memoria di abbandono.
Un libro sottile, di grande intelligenza e sensibilità appunto su una memoria che è incubo anche se lontana. Su ciò che può essere la vecchiaia. Ma anche la dolcezza di un piccolo quotidiano dove l’amore continua a trovare possibilità, nonostante il tempo sia agli sgoccioli.
Edith Bruck ha una scrittura asciutta, che si legge con piacere vero nonostante la grandezza epocale di ciò che racconta. Ogni parola dipinge un lato di mondo, di vita, di sentimento e sommovimento interiore. Mai nulla di scontato. Grandissima, semplicemente.