Un dettaglio minore – Adania Shibli

di LUCIANO SARTIRANA

Ho letto Un dettaglio minore, della scrittrice palestinese Adania Shibli, tradotto da Monica Ruocco e pubblicato da La nave di Teseo.

Il fatto è vero. Il 12 agosto 1949, una pattuglia di soldati israeliani in perlustrazione nel Negev si imbatte in un gruppo di beduini, disarmati e da quelle parti con i loro dromedari. I soldati di Tel Aviv li uccidono tutti – anche i sei dromedari – tranne una ragazza, che viene violentata e poi uccisa a sua volta il giorno dopo. Per questi delitti il comandante e alcuni soldati finiscono sotto processo e vengono condannati.
A due anni.
Con la condizionale.

Il 12 agosto 1974, nasce l’autrice Adania Shibli. Da adulta legge casualmente di quel fatto… ne resta colpita anche perché avvenuto giusto venticinque anni prima della sua nascita. Vive a Ramallah, capitale della Cisgiordania, ha un nuovo lavoro; nella mattina in cui vi si reca per la prima volta deve fare un largo giro – un soldato israeliano le punta anche un fucile contro – perché in un palazzo lì vicino ci sarebbero asserragliati tre terroristi. Nell’ufficio le dicono solo di tenere le finestre aperte, perché altrimenti un’eventuale esplosione distruggerebbe i vetri. Il palazzo a fianco viene in effetti fatto saltare. Pur ironizzando sul narcisismo intorno alla sua nascita che l’ha portata a sapere di quella tragedia del 1949, vuole saperne di più e si reca in auto al Museo di Storia dell’Esercito israeliano di Jaffa. Attraversa posti di blocco, viaggia con vecchie cartine che la sviano perché i villaggi palestinesi indicati sul tragitto non ci sono più. Visita il Museo senza risultati, poi si dirige verso sud, nel Negev: Ashkelon, Sderot fino a Nirim (dove verosimilmente era avvenuto “il fatto”), a neanche tre chilometri dal muro intorno a Gaza e a venti da Rafah… da dove arriva un’eco di colpi.  

Il romanzo è diviso in due parti. Nella prima siamo nel 1949, si vivono passo passo la tensione e le dure condizioni ambientali dei soldati israeliani, fino al “fatto”. Vi prevalgono sensazioni fisiche sovrastanti: il caldo, il freddo dell’alba nel deserto, una ferita divenuta purulenta; e l’ossessione del comandante di fare piazza pulita: di insetti, di ragni… degli egiziani oltre la linea di demarcazione che potrebbero attaccarli; di chiunque sia lì.  

La seconda è all’oggi ed è narrata dall’autrice, in cerca di certezze su ciò che era accaduto. Ci dice delle sue molto prosaiche iniziative lungo il viaggio, un riflettere basico e distaccato su di sé, le sue quotidiane strategie di adattamento all’occupazione. Un cane che abbaia alla sua auto. Il contenitore vuoto dello yogurt in macchina.

Nota ancora le discrepanze fra le odierne mappe israeliane e quelle palestinesi più vecchie, con spazi gialli vuoti dove invece trova piccolissimi insediamenti arabi o luoghi di addestramento militare israeliani. Con le poche persone incontrate, il tratto distintivo è il silenzio; e la sua stessa difficoltà nel chiedere del “fatto”.

Uno stile asciutto, abbarbicato al singolo accadimento, gesto, sensazione fisica. La mancanza di accenni emozionali o politici rende possibile la vicinanza a eventi, persone, situazioni di una durezza estrema. Una magistrale estraneazione brechtiana grazie alla quale impariamo cose. Il collasso del tempo attraverso dettagli, in cui ciò che è stato accade quasi in contemporanea con ciò che è oggi. Un libro importante, teso, che si legge molto bene e che fa bene a ciò che sappiamo di quelle parti.    

Adania, in giro per il Negev, arriva a una piccola oasi. Ci sono solo sei dromedari…