di ENRICO FORTE
Da un lato un’umanità relegata sottoterra, convinta di combattere una guerra inesistente; dall’altro una tranquilla cittadina anni ’50, dove la quotidianità di un residente si vede incrinata da misteriose anomalie.
Se La penultima verità si dispiega come un’epica distopica di respiro geopolitico, Tempo fuori luogo racconta un’esperienza più intima, a tratti claustrofobica. Due romanzi ben diversi, insomma, questi titoli usciti dalla penna immaginifica di Philip K. Dick. Ma è un medesimo cuore pulsante a irrorare le due narrazioni, sottendendo a entrambe la stessa premessa tematica: la verità manipolata come strumento di controllo. Sono d’interesse, in questo senso, le differenti strategie di focalizzazione, volte a modulare il rapporto fra lettore, protagonisti e menzogna.
La penultima verità si costruisce a caleidoscopio: tre personaggi principali – dal “formicante” Nicholas St James allo scrittore di discorsi Joseph Adams, fino all’investigatore precognitivo Webster Foote – ciascuno col suo sguardo parziale, limitato rispetto al quadro complessivo.
La tensione narrativa non origina dallo svelamento dell’inganno, che il lettore comprende abbastanza presto nella storia, grazie all’intreccio dei diversi punti di vista; si fonda invece su un gioco continuo di asimmetrie informative: ognuno dei protagonisti custodisce frammenti di verità che gli altri ignorano, e appunto da questo sgorga l’angoscia, dall’assistere inermi alle conseguenze di certi segreti.
Tempo fuori luogo, al contrario, scommette la sua forza sulla prospettiva univoca (o quantomeno predominante) di Ragle Gumm: il lettore condivide con lui dubbi e paranoie cartesiane, nel progressivo screpolarsi di ciò che si credeva ordinario.
La difficoltà del protagonista è quella di distinguere il reale da ciò che non lo è, e il lettore scoprirà la verità solo quando l’avrà scoperta Ragle. In un libro la suspense è un artificio multi-prospettico, nell’altro si distribuisce in una progressione lineare, quasi interamente soggettiva.
Ne La penultima verità, il dramma si lega agli sforzi di un personaggio di celare o di carpire informazioni all’altro, e il lettore resta avvinto dalla domanda: come reagiranno quando tutto verrà a galla?
In Tempo fuori luogo, invece, l’attesa affonda le radici nel buio in cui siamo immersi insieme a Ragle Gumm, con le sue oscillazioni fra impulso alla fuga e conformismo autoimposto. Sul piano del valore letterario, in ogni caso, è La penultima verità quello che appare più saldo, gestendo senza ingenuità l’esposizione di un world-building ricco e articolato.
L’unico limite è un epilogo troppo sbrigativo, che affida a un’ellissi lo Spannung del romanzo: lo scontro finale con Stanton Brose, antagonista intoccabile e quasi onnipotente, non è narrato dal punto di vista di chi vi prende parte, bensì da quello di chi resta dietro le quinte, attraverso una sintesi svogliata e deludente, che si limita a ricostruire l’andamento ipotetico dei fatti. Come se in un film, il combattimento con il villain rimanesse relegato fuori scena, così da risparmiare sulle riprese.
Quanto a Tempo fuori luogo, pur sostenuto da un’intuizione folgorante (che anticipa di quarant’anni Truman Show e Matrix, risultando in fin dei conti ancora più geniale), soffre invece di una gestione peggio calibrata della rivelazione: è in un lungo, semplice “spiegone” che si condensa la verità nascosta fino a quel punto del romanzo.
Una rivelazione che, peraltro, riassegna ai personaggi non solo le loro identità dormienti, ma persino le rispettive posizioni ideologiche, nel contesto di un mondo di cui prima non avevano memoria: ancora, il presupposto è brillante e di grande interesse narrativo, ma lascia un po’ di amaro in bocca che il rovesciamento avvenga così, tutt’a un tratto, come al tocco di un interruttore.
Il riallineamento di Ragle alla fazione dei “lunatici” (intenderà chi ha orecchie per intendere) è tanto immediato quanto l’opposizione rigidissima del cognato Vic, privando lo scontro di quella gradualità psicologica che avrebbe potuto renderlo più intenso, straziante e credibile: lo “spiegone”, insomma, è tanto più nocivo nella misura in cui sacrifica il dramma umano di due personaggi che si credevano dalla stessa parte, uniti in una fuga dall’inganno che, inaspettatamente, si rivelerà essa stessa un viaggio fallace, fuorviante e illusorio.
