
di CATERINA KAJANA
La sua curiosità per il mondo islandese nasce in Università, a partire dalla sua tesi in Filologia Germanica: Tra Islanda e Irlanda nel IX e X secolo: le relazioni fra Scandinavia e Irlanda dal 795 al 1014 attraverso le fonti. Immagino che domande legate agli albori della sua carriera rappresentino per eccellenza l’inizio delle sue interviste… quindi – da studentessa universitaria – le chiedo: quando ha capito che l’Islanda sarebbe stata il suo futuro? La sua è stata una scoperta graduale o una folgorante rivelazione?
Assolutamente graduale. Dico spesso che è stato un po’ come guadare un fiume appoggiandosi a delle pietre, un passo dopo l’altro, sondando gli appoggi più stabili e senza sapere che cosa avrei trovato sulla sponda opposta. All’inizio del mio percorso di studi trattavo l’islandese antico come una lingua morta, come il greco e il latino, di cui trovavo avesse pari dignità. Non pensavo né di imparare a parlarla, né tantomeno di darmi alla traduzione, che, se devo essere sincera, all’inizio non mi interessava per nulla.
Poi una volta in Islanda (era il lontano 1992) ho scoperto che questa lingua portava con sé un patrimonio letterario smisurato, che a noi oltretutto era del tutto sconosciuto, e allora ho pensato che sarebbe stato bellissimo aprire all’Italia un’intera cultura. Trovavo che anche l’Islanda avesse tutto il diritto di essere rappresentata, che avesse qualcosa da dire e da dare al pubblico di lettori italiani. Non è stato amore a prima vista, no; semmai un rapporto che è maturato e si è consolidato nel tempo.
Lei traduce la letteratura islandese in italiano in un panorama che la vede quasi l’unica a farlo: come la fa sentire questo? Com’è essere la principale traduttrice di un intero bagaglio letterario e culturale?
All’inizio ero terrorizzata all’idea che un’intera nazione avrebbe conosciuto la letteratura islandese tramite me e la mia interpretazione. Ho sempre sofferto della sindrome dell’impostora, ho subito pensato di non essere all’altezza, di essere fake, di essere un’improvvisata… Ogni traduzione che consegnavo era portatrice di una bella dose di ansia da prestazione: avrò reso giustizia all’autore? Avrò dato alla sua voce la giusta eco? Avrò sbagliato a interpretare qualche passo? Sono paturnie che chi traduce conosce bene, credo, e che fanno parte del mestiere; credo che un traduttore sicuro di sé sia una contraddizione in termini, un ossimoro.
Poi piano piano, con l’esperienza e i riconoscimenti che sono arrivati, le ansie si placano e ci si tranquillizza un po’. Oggi mi fa piacere essere la portavoce di una letteratura intera, mi sento molto più a mio agio dentro questo ruolo. Aiuta molto anche il rispetto che si ha da parte delle istituzioni e degli autori islandesi, che si rendono perfettamente conto che è grazie a noi traduttori che può arrivare la fama internazionale, e sono molto riconoscenti. Non è come tradurre da lingue più inflazionate: è una cosa più speciale.
Qual è stata l’opera che, nel lavoro di traduzione, le ha dato maggiore filo da torcere; e quale invece quella che ricorda per averle rubato il cuore?
Credo che la traduzione più impegnativa sia stata un romanzo di Thor Vilhjálmsson, La corona d’alloro (Iperborea 2011). Non vedevo la luce in fondo al tunnel. Thor ha una prosa complessa e nebulosa, usa una sintassi a spirale che gira su se stessa; ogni singola frase era un’impresa e richiedeva ore per trovarci il verso. L’autore non ha mai visto questo romanzo in italiano perché è morto appena ho consegnato la traduzione. Penso di averlo ucciso io, per i troppi accidenti che ho tirato mentre traducevo questo libro.
Per contro, preferisco tradurre i romanzi storici o pseudostorici, quelli che richiedono una ricerca lessicale approfondita, oppure quelli che hanno voci molto connotate, come per esempio Il marchio di Fríða Ísberg (La Nave di Teseo, 2024). E le saghe medievali, per ovvi motivi; sono la lingua su cui sono nata e mi sono formata come traduttrice e lo stile delle saghe, asciutto, ambiguo e carico di sottotesti, è proprio il mio tessuto.
I più importanti scrittori e le più importanti scrittrici islandesi sono stati tradotti da Lei almeno una volta. La mia domanda è un po’ provocatoria: le piace sempre quello che traduce? Oppure ha degli autori che preferisce tradurre per il loro stile narrativo o per il genere?
All’inizio, quando ho cominciato a proporre autori islandesi alle case editrici italiane, pensavo di poter tradurre solo le cose che piacevano a me ma poi ho scoperto che purtroppo non funziona così. Capita di affrontare un romanzo di malavoglia, di dover tradurre anche romanzi che non mi interessano, ma cerco sempre di rendere giustizia all’autore, al di là dei gusti personali. Viceversa, ho i cassetti pieni di autori che mi piacciono moltissimo e che non sono mai stati tradotti…
Alla Fiera del Libro di Torino del 2006 ha partecipato a una tavola rotonda con un titolo particolarmente evocativo: Tradurre libri: un mestiere impossibile? Reputa il suo un mestiere impossibile? Se sì, in cosa?
Visto come stanno andando le cose, sarei tentata di dire che è un mestiere impossibile perché è mal pagato e i compensi troppo bassi rendono quasi impossibile vivere di sola traduzione…
Ma volendo risultare meno cinica, direi che l’impossibilità del tradurre romanzi è un assioma abbastanza frusto, e sta a monte di un’operazione che comunque va fatta e si fa, da secoli, anche con ottimi risultati. Anzi, la cosa più bella della traduzione è che non solo è possibile, ma si può fare sempre meglio, via via che si accorciano le distanze tra due lingue (grazie, penate un po’, proprio alla traduzione!). La traduzione è apertura mentale: diffidare dei paesi che traducono poca letteratura straniera!
Quali sono gli errori che un traduttore non dovrebbe mai fare?
Una sfilza, e ne cito solo alcuni: sciogliere le ambiguità del testo originale; dare sfogo alle proprie velleità letterarie nella traduzione; infiorettare troppo; tradurre in maniera scolastica, piatta e senza vita; essere troppo legati al testo originale; essere troppo liberi rispetto al testo originale; sbagliare il tono, il registro, la voce dell’autore…
I traduttori sono funamboli, devono mantenersi sempre in equilibrio tra testo originale e testo tradotto, mantenere una tensione costante perché i lettori siano consci di leggere letteratura straniera e allo stesso tempo lo dimentichino. Difficile, eh? Sicuramente non è una cosa che possono fare tutti: la traduzione è un mestiere che in buona parte si può insegnare, ma se la parte restante “non ce l’hai” dentro, quella non si acquista.
Ogni lingua ha espressioni, modi di dire, verbi o termini sinestetici intraducibili. Sono questi frammenti a rendere le lingue sistemi così complessi e allo stesso tempo così delicati, sensibili… può farci qualche esempio dall’islandese?
Be’, ovviamente mi viene subito da pensare alle condizioni climatiche. E non parlo dei soliti, venti nomi diversi per la neve, che ovviamente danno del filo da torcere; parlo delle belle giornate. Che cosa vede un islandese, quando scrive “era una bella giornata” (það var fallegur dagur)? Cielo coperto, niente vento, niente pioggia e 10°C. Il sole è un optional. Secondo lei, è la stessa bella giornata che si vede davanti un lettore italiano quando legge quella frase?
Poi c’è la schiera di verbi riguardanti le espressioni fisiche, o i suoni corporali, che noi non abbiamo (schioccare la lingua per assaporare il boccone, tirare su col naso, sbuffare aria dal naso, schiarirsi la gola o ripulirsela…). Oltre, naturalmente, a tutti i realia che ancora non sono passati in italiano. Quando ho iniziato, quasi trent’anni fa, nessun editore voleva i grafemi islandesi, ð e þ. Adesso non è più un problema, come non lo sono i pönnukökur o lo skyr.
Un idioma è capace di dirci tanto di una società… cosa ci dice l’islandese dell’Islanda, delle sue terre, delle sue abitudini e dei suoi abitanti?
Secondo me sono due i punti chiave grazie ai quali l’islandese ci dà accesso all’Islanda: uno è il rispetto per la natura, per una natura incontaminata e dominante, non addomesticata come noi nel continente pensiamo che sia. In tutti i romanzi islandesi la natura è il protagonista principale e la lingua, con la sua ricchezza lessicale, le declinazioni e le metafonie, ne asseconda ogni capriccio, ogni variabile, ogni sfumatura; la natura in Islanda uccide, se la si sottovaluta: avete mai notato quanti turisti sprovveduti perdono la vita durante un viaggio in Islanda, solo perché la affrontano in maniera superficiale?
In secondo luogo, c’è quello che loro chiamano frásagnargleði, la gioia del novellare: da quest’isola sgorgano storie come il magma dalle viscere del suolo. Qualcuno ha suggerito di legare questa prolificità alle lunghe giornate buie dell’inverno, altri al DNA celtico, ma qualsiasi cosa sia, trovo che sia davvero un’arte narrativa fuori dall’ordinario.
Oggi, molte professioni che un tempo richiedevano una meticolosa ricerca su libri e dizionari godono del sostegno di nuove tecnologie, che in alcuni casi sembrano però minare la sensitività umana con prodotti ottenuti rapidamente ma meno accurati: secondo Lei, le intelligenze artificiali possono rappresentare un ostacolo o si dimostreranno un fedele alleato?
La possibilità di accedere a risorse digitali anziché cartacee è stata una grande conquista, soprattutto per una lingua considerata ‘minoritaria’ e di cui non abbiamo nemmeno un dizionario ‘diretto’ che sia completo e affidabile.
Per quanto riguarda le intelligenze artificiali, so che alcune case editrici vi si affidano già e chiedono ai miei colleghi e alle mie colleghe una ‘revisione’ del lavoro della macchina, che si rivela per loro molto più impegnativo di una traduzione ex novo, e soprattutto molto meno remunerativo.
In Islanda le case editrici hanno già inserito nei contratti la clausola che prevede esclusivamente traduzioni fatte da esseri umani (il che di per sé è già inquietante di suo). Del resto, in Italia noi vendiamo le nostre traduzioni all’editore per vent’anni, durante i quali può farci quello che vuole, compreso pubblicare e-books. Significa che – faccio un esempio – i dieci romanzi di Stefánsson tradotti da me circolano già in rete, e la IA è in grado di acquisirli e produrre l’undicesimo romanzo rubando dai miei lessico e stile.
La vedo come Chomsky, che cito: “Smettiamola di chiamarla intelligenza artificiale e chiamiamola per quello che è: un software di plagio, un furto di proprietà intellettuale!”. Oltretutto, quello che mi preoccupa molto di più, rispetto allo sviluppo di una macchina in grado di tradurre sempre meglio, è il fatto che si stia diffondendo la convinzione che basti una macchina per produrre un romanzo, o che la gente si stia assuefacendo a una lingua impoverita e ritenga che sia sufficiente, la normalizzi: nell’euforia di aver prodotto un Frankenstein, si tralascia la ricchezza e la complessità della lingua e della comunicazione umana.
Prima di salutarla… quali consigli darebbe a chi vuole intraprendere un percorso come traduttore di una lingua non convenzionale, come nel suo caso?
Di non demordere! Io credo che si debbano seguire le proprie passioni per essere felici e realizzati. Lo so che il mondo di oggi non favorisce certo questa visione, ma vale sempre la pena provare. Quando ho detto a casa che sarei andata in Islanda a studiare islandese, mi hanno presa per pazza. A che cosa ti serve?, mi dicevano.
E poi è andata che sull’islandese mi sono costruita una carriera da zero, un percorso che non esisteva. Consiglio anche di tenersi a portata di mano un piano B, perché non sempre le passioni, ahimè, consentono di campare dignitosamente.