
di CLARISSA LICHTBLAU
Da tempo si discute di inclusività nel linguaggio, cioè su come rendere le nostre parole più eque riguardo le identità e le minoranze di genere, evitandone la marginalizzazione. Il punto di partenza – sacrosanto! – è l’osservazione che l’universale maschile (tutti per dire sia tutti che tutte, dando il tutte come sottinteso ma invisibile) ha di fatto schiacciato le diversità nella lingua… e sappiamo quanto la lingua sia creatrice di realtà, di rappresentazione, di formazione e di potere.
La questione è enorme, naturalmente, e qui vogliamo trattarla soprattutto in relazione a ciò che ci interessa: la Scrittura creativa.
In quella non creativa (amministrazione e burocrazia, giornalismo, comunicazione ufficiale, specifici settori professionali, linguaggio comune, et cetera) le soluzioni proposte hanno riguardato soprattutto singolarità di scrittura.
Nella mia Germania se ne discute molto, in quanto la distinzione tra maschile e femminile è marcata anche nei sostantivi, e il fatto che esistano tre generi invece degli italiani due non aiuta: das Weib (la donna) è neutro, per esempio. Finora la soluzione è un asterisco, oppure una linea bassa prima del suffisso che definisce il genere. Abbiamo quindi Student*in o Student_in. Ma moltissimi trovano queste soluzioni una minaccia alla chiarezza, alla facilità di lettura e all’eleganza della lingua.
Che è la stessa situazione italiana in rapporto allo schwa, una vocale neutra simile a una “e” rovesciata, pronunciata aperta. Con esso, l’espressione studenti e studentesse si scriverebbe studentə, appunto per indicare un gruppo senza specificare il genere. Altri mettono anche loro un asterisco o addirittura una “u” in fondo al sostantivo o all’aggettivo. Alle critiche di ordine estetico si aggiungono quelle riguardo la comprensione, la pronunciabilità vocale e mentale… fino al fastidio per l’imposizione astratta da parte di una congrega di illuministi supponenti (letta in giro!)
Tralasciamo i dibattiti in altre nazioni (in Spagna, “e” “x” o perfino @ vorrebbero sostituire “a” e “o”; in Francia c’è lo “iel” come crasi di “il” e di “elle”; il “they” che menziona entrambi i sessi in Gran Bretagna, States e Australia; lo “hen” neo-neutro svedese) e veniamo a qualche considerazione.
Sarò semplicistica, sarò passatella… ma da letterata – pur apprezzando ogni tentativo di adeguare la lingua alla realtà, che è evidentemente maschile e femminile – credo tuttora che la nostra lingua madre ci dia già gli strumenti per la bisogna.
Ora: studenti e studentesse è un’espressione di ventidue battute, mentre con studentə ce la caviamo con otto e comprendiamo entrambi. Ma scrivere studenti e studentesse è un compito così oneroso – per la mente e per le dita – tanto da cercare per forza una scorciatoia che li includa? Magari potremmo scrivere infine studentesse e studenti…!
Qualcuno poi aggiunge che la lingua deve dare spazio a ogni diversità sessuale. Ma, per fare un esempio laico (e con rispetto parlando): pensiamo se, ogni volta che noi si debba scrivere gatto, vi dovessimo far seguire i nomi di tutte le quarantaquattro razze feline…
Volevo parlare dell’inclusività che dobbiamo usare nella Scrittura creativa e in letteratura. Era però necessario affrontare la lingua in generale, perché è di ciò che si parla oggi.
In letteratura ci sono dei punti fermi.
Il primo è la libertà: imporre a una scrittrice o a uno scrittore (eccoci qua!) l’uso di determinate forme, aggettivi, sostantivi, prefissi, suffissi o segni grafici è la morte della lingua creativa, di immaginazione, esperimento e ricerca che la letteratura deve essere. Quindi, non se ne parla proprio.
Il secondo è lo sguardo soggettivo: chi scrive, scrive secondo il suo solo punto di vista, e quello che viene apprezzato dai lettori è l’autenticità non annacquata di questo particolare punto di vista. Vale per i personaggi, vale per la morale (il pedofilo di Nabokov in Lolita…), vale per lo stile e la scelta delle parole.
Un terzo è la scelta dei contenuti: nella storia abbiamo avuto periodi dove un potere imponeva ai letterati di scrivere solo di contadini, solo di operai, solo di religione… nella Cina classica, se scrivevi del sole dove accennare anche alla luna… o solo di ciò che ha facile popolarità e mercato, per restare all’oggi. Bene: se la scrittura è vera, niente può imporvi un tema, fosse anche quello della parità di genere o della stessa inclusività.
Tutto questo, in positivo, vuol dire che la migliore lingua letteraria insegue la realtà fin nel nucleo delle sue contraddizioni (sia della realtà che della lingua), e che quindi va ben oltre il semplice uso di un suffisso.
Per fare un altro esempio: anni fa ho letto il romanzo di una scrittrice italiana di successo. La protagonista, una giovane donna, tornava sempre da un uomo che la umiliava di continuo, e lei se ne dava perfino la colpa. Mi sono chiesta se, al giorno d’oggi, si dovessero scrivere ancora storie – da tardo ‘800 – con personaggi femminili così stupidi e autolesionisti. Qui il potere maschile non passava da un mancato schwa, ma da una rappresentazione di miseria della donna.
Ho avuto ragione a inalberarmi?
Sì, perché è anche così che si mantengono tuttora vivi modelli di oppressione di genere. Al pari dei telegiornali o dei tribunali dove le vittime di violenza sono vittime di troppo amore o si scava nei loro comportamenti e nei loro abiti.
No, perché appunto la letteratura è libertà e narrare quella figura di donna vuol dire comunque testimoniarne l’esistenza nel reale – reale nella mente della scrittrice, reale nella società – almeno come sintomo.
Quale la mia conclusione?
Che l’unica cosa certa è che l’universale maschile deve avere fine, come espressione linguistica ma soprattutto come espressione di potere che cancella.
Che, nei dodicimila anni della civiltà, abbiamo appena iniziato a discuterne e quindi le soluzioni proposte sono ancora rudimentali e approssimative.
Che la lingua e la letteratura non sono statiche. Autrici e autori saranno sempre più coinvolti nel modo in cui i generi vengono ridefiniti e rappresentati. Ci servono mondi narrativi dove le identità di genere siano esplorate, anche senza modifiche del linguaggio. Viene in mente Orlando, di Virginia Woolf.
E che quindi la libertà immaginativa, linguistica, di contenuti della letteratura (che è sessuata, come ogni cosa) può dare un contributo grande, anche nel linguaggio del quotidiano non creativo. Sempre da negoziare, sempre con varchi di conservare. In evoluzione consapevole e intenzionale, sempre e soprattutto. Non ci sono scorciatoie.
Auf bald!