“Trecce di Miele”, di Valentina Milan

VALENTINA MILAN – neolaureata in Filosofia – è originaria di Biandronno (VA).
Con questo racconto ha vinto il concorso letterario “Ti racconto quella volta in Ateneo… e intanto sono passati cento anni” edizione 2024, indetto da Arcus-Università degli Studi Milano. 

 

Trecce di Miele

Trecce di Miele aveva perso da tempo la dolcezza con cui rispondeva alla vita e dei riflessi dorati delle sue trecce restavano languide sfumature.

La ragazza si lasciò alle spalle lo specchio e sciolse i lacci delle scarpe. Un rumore proveniente da fuori la interruppe all’improvviso: passi in avvicinamento. Non appena la maniglia della porta d’ingresso si mosse, la giovane si serrò in uno dei bagni, sbirciando fuori tramite la serratura. Era entrato un uomo dal passo stanco e le spalle curve. Si posizionò innanzi allo stesso specchio, proprio accanto alle scarpe di lei.

Dannazione! Trecce di Miele le aveva dimenticate.

L’uomo si puntò qualcosa al collo, più o meno in corrispondenza della giugulare; sembrava una penna. Tremava assai e barcollava. Calpestò inavvertitamente una scarpa di lei e la stilografica dorata cadde dritta nello scarico del lavandino; non era solo.

«C’è qualcuno?» domandò lui in un sussurro di terrore, mentre si voltava verso le cinque, identiche porte chiuse dei singoli bagni.

Trecce di Miele non respirava. In un impeto di forza, sferrò un calciò alla porta; il colpo fu seguito da un’eco che parve infinita. L’intento era far scappare l’altro a gambe levate… ma l’uomo, invece di fuggire, si rintanò proprio nel bagno accanto.

La ragazza avvertì la rabbia scavalcare la paura.

“Perché devono sempre rovinare tutto?” pensò. Afferrò lo scopino e, inzuppatolo nell’acqua putrida del gabinetto, prese a far piovere nel bagno accanto.

Ma l’uomo non si mosse. Anzi, scoppiò a piangere.

«Chiunque tu sia, non farmi del male: cercavo solo un posto per suicidarmi!»

Ci fu un attimo di silenzio, scandito solo dai singhiozzi di lui. Poi la ragazza prese coraggio e uscì dalla sua tana. Spalancò la porta accanto: «Prof… – gli puntò contro lo scopino ancora gocciolante – Questo era il mio suicidio; se ne vada!».

«Ti prego, non posso uscire in queste condizioni: sragiono e… poi puzzo!» Accennò allo scopino. «Non potremmo ucciderci insieme?»

La ragazza abbassò l’arma, colta da una briciola di pietà.

«Lei che strumento ha?»

«Nessuno; il mio è caduto nello scarico del lavandino.»

«Allora faremo a turno con il mio.»

Estrasse le stringhe dalla tasca dei jeans.

«Chi va prima?».

L’uomo non la smetteva di singhiozzare.

«Andrò io per prima. – affermò lei – Ma non mi metta fretta!»

In un istante, Trecce di Miele fu in piedi sul lavandino e annodò le stringhe a un tubo di ferro che correva lungo la parete. Controllò la tenuta: perfetto. Si mise in posizione e…

«Scusi, prof, potrebbe almeno non fissarmi? Mi sento osservata!»

L’altro tuffò la faccia in una nuvola di carta igienica e soffiò forte il naso.

La ragazza sospirò, scuotendo il capo. Ci siamo. Contò mentalmente alla rovescia. Quattro, tre… Socchiuse gli occhi, mentre le labbra mimavano i numeri. Due…

«Aspetta!» urlò l’altro.

Lei quasi scivolò. «È pazzo, prof? Per poco non mi faceva ammazzare! Cosa diavolo vuole?»

«Ci conosciamo?»

Lei sbuffò sonoramente.

«Ho seguito il suo corso questo semestre e questa mattina ho fatto l’esame con lei. Ho preso 22. Ci conosciamo, ma ne avrei fatto anche a meno! Ora, se smette di singhiozzare, magari riesco a concentrarmi. Lei non dovrebbe farlo; non mi sembra convinto.»

Le ultime parole pronunciate dalla giovane avevano condito l’aria di una certa gravità. Trecce di Miele si levò il cappio e balzò giù dal lavandino.

«Hai cambiato idea?»

L’uomo pareva sollevato.

«No.» La ragazza entrò negli altri bagni e ritornò con tre rotoli di carta igienica. Li allungò all’uomo. «Ho visto che ha finito il suo. Questi dovrebbero darle altro tempo per pensare.» Lui li prese. I suoi occhi parlavano; la bocca restava serrata.

Trecce di Miele tornò al lavandino. Scivolò al primo tentativo di arrampicata. Riprovò senza successo. Alla terza cadde di sedere sul pavimento. Com’è che la prima volta era stato tanto semplice e ora era impossibile?

I due personaggi non sono carne, ma pensieri. Agitati e lì pazzamente divertenti nella loro confusione.

Un dì, chi scrive ci fece merenda.