
di LUCIANO SARTIRANA
Un protagonista che procrastina una decisione è una delle situazioni più cariche di tensione interiore che esistano e offre una asimmetria narrativa bellissima: chi aspetta vive nel tempo, chi attende vive nell’attesa del tempo altrui. Ed è quindi una situazione squilibrata di potere.
Dal punto di vista della storia, è poi molto interessante l’asimmetria temporale fra le due posizioni.
Il personaggio che perde tempo, tira tardi, fa aspettare gli altri e rimanda vive in un presente dilatato e dice sempre “Non ancora!”.
Il personaggio che attende, nella sua mente abita mille versioni del futuro e del supporre (sul quando, sui perché, su come uscirne) e deve continuamente disfarne i mobili e ricominciare.
Possiamo approfondire, proprio dal punto di vista umano e personale, ciò che succede ed è da raccontare in una situazione di tempo che si sfilaccia.
Il personaggio che rimanda (il protagonista attivo della sospensione), può provare il temporaneo sollievo di non scegliere; un illusorio senso di controllo della situazione; una paura di scegliere mascherata da prudenza; un senso di colpa verso se stesso e di fronte agli altri per avere rimandato, che può diventare cronico.
Le atmosfere che possiamo utilizzare sono di nebbia, circolarità, stanze chiuse; oggetti intorno restai al loro posto; luce indecisa, come nel tardo pomeriggio; silenzio pieno, non vuoto.
Ci sono addirittura frasi importanti che raffigurano la situazione: devo capire ancora bene, non è il momento giusto, domani ci penso, non voglio sbagliare.
In simmetria, c’è naturalmente il personaggio che aspetta (il protagonista passivo dell’erosione interiore)… può provare la speranza che si spegne lentamente, la rabbia trattenuta, la personale vergogna per essersi fatto giocare, il senso di silenziosa umiliazione, il cadere di Sé nel tempo deciso da altri e di altri.
Come atmosfere parlanti possiamo avere rumori amplificati; orologi ben visibili; uno spazio attorno a sé che pare restringersi man mano che passa il tempo; la mattina che diventa invano sera; la soglia che si fa porte, finestre, schermi, sguardi dal balcone verso la strada.
Tra le frasi importanti: non fa niente (mente a se stesso); mi hai detto qualcosa? (lo sapevi già, me l’avevi fatto capire e io non ho colto); allora aspetto (l’espressione più gravosa); se vuoi (resa velata).
Disponiamo anche di direzioni particolarmente fertili da esplorare.
La decisione banale come contenitore di tutto il resto: spesso le grandi emozioni trovano la loro scena in scelte minimali come rispondere o no a un messaggio, spostare o no un appuntamento.
Il corpo come spia: chi rimanda descrive sensazioni fisiche senza nominarle come tali… stanchezza inspiegabile, fame che non passa, voglia di camminare senza meta. Chi attende fissa oggetti o varchi (lo schermo, la porta, la finestra), come se il corpo cercasse qualcosa da controllare nel mondo esterno.
Il punto di non ritorno invisibile: c’è un momento in cui l’attesa smette di essere attesa e diventa abbandono scocciato e impotente… ma né chi rimanda né chi attende sa esattamente dove sia questo confine.