
di CLARISSA LICHTBLAU
Nel numero dell’Accademia della Mela di dicembre, avevo considerato su quanto l’essere donna e uomo possa avere riflessi fondamentali nella lingua, soprattutto nel modo in cui i due generi sono rappresentati… nei secoli, a discapito delle donne.
Voglio riprendere questo tema, ma questa volta occupandomi delle storie e di come in esse le donne abbiano casa.
Lo spunto non è proprio recente, ma la sua eco ha spesso toccato la narrazione tutta, quindi letteratura, teatro, cinema, fumetto. La vita, comunque.
Nel 1985 la fumettista statunitense Alison Bechdel, all’epoca venticinquenne, creò una storia disegnata – Dykes to Watch Out For – dove una delle protagoniste enunciava un modo per scegliere i film da vedere, vagliando se in essi se le donne venissero ignorate o sminuite, o prese in considerazione solo se si relazionavano con uomini.
Con molta onestà, Alison Bechdel aveva indicato nell’amica Liz Wallace la fonte dell’idea (si parla infatti del Test di Bechdel-Wallace). Agli inizi lo citava perfino come “una piccola barzelletta lesbica in un giornale femminista alternativo”.
Entrambe ne riconobbero però l’origine nobile nel famoso Una stanza tutta per sé, scritto da Virginia Woolf nel 1929:
“Tutte queste relazioni tra donne, pensai, ricordando rapidamente la splendida galleria di donne fittizie, sono troppo semplici. E cercai di ricordare un caso nel corso della mia lettura in cui due donne sono rappresentate come amiche. Di tanto in tanto, sono madri e figlie. Ma, quasi senza eccezioni, sono mostrate nella loro relazione con gli uomini. Era strano pensare che tutte le grandi donne della narrativa fossero, fino ai giorni di Jane Austen, non solo viste dall’altro sesso, ma viste solo in relazione all’altro sesso. E quanto questa sia solo in realtà una piccola parte della vita di una donna”.
Il test afferma:
– Nella storia ci devono essere almeno due donne.
– Le donne devono parlare tra loro.
– La loro conversazione deve riguardare qualcosa di diverso da un uomo.
Se una trama non soddisfa tutte e tre queste tre condizioni, la raffigurazione delle donne vi è limitata o ridotta a ruoli passivi o stereotipati, e prevale il solo punto di vista maschile (donne come oggetti del desiderio oppure mero contorno, supporto, complemento all’eroe maschio).
Naturalmente, come tutte le cose semplici, il test Bechdel può essere un valido esame per riflettere e non commettere errori banali nello scrivere una storia. Nello stesso tempo, come tutte le prescrizioni in ambito artistico, rischia di essere una gabbia della creatività o una fonte di perbenismo sterile.
Una storia potrebbe infatti passare il Test, ma avere lo stesso stereotipi di genere o ridurre le donne a ruoli marginali. Oppure non passarlo, ma presentare personaggi femminili molto intelligenti che lo stesso parlano solo di uomini. Addirittura, ci possono essere contesti dove la presenza femminile sia minima per ovvie ragioni (per esempio: Il nome della rosa).
Nel tempo il Test è stato arricchito di derivazioni e varianti, come il fatto che una donna non venga necessariamente coinvolta in atti sessuali, venga conosciuta con un suo nome o abbia almeno sessanta secondi di dialogo.
Al di là del fatto che il cinema sia il campo di riflessione privilegiato – e il maggior imputato – del Test di Bechdel-Wallace, cose ne può venire a noi che scriviamo letteratura?
Il tema è vastissimo e articolato, voglio limitarmi a due considerazioni.
La prima riguarda il nucleo dello scrivere storie: la letteratura è visione soggettiva, più lo è e più è autentica; chi scrive deve essere libero da staccionate morali, metodologiche, sociali, stilistiche.
La seconda riguarda le opportunità da sfruttare dinamicamente e positivamente mentre si scrive: le situazioni indicate dalle nostre amiche Alison, Liz e Virginia possono essere spunto creativo per uscire da banalità e stereotipi, narrare meglio ciò che è nella realtà, essere consapevoli dei nostri personaggi, esplorare possibilità di trama che all’inizio non vediamo.
Una vera scrittrice, un vero scrittore – tu, chi altri? – saprà giocarsi al meglio queste due idee.