Collettivo Kalima

Pagine: 192
Prezzo di copertina:
14,00 euro
Formato: A5 (15×21 cm.)
Isbn: 979-12-81300-01-9
Editore: Re Nudo-Milano
http://www.renudo.org

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Il nostro primo libro:
ATLANTE DELLA FINE – Tre ere di un mondo che scompare

Il futuro visto attraverso l’immaginazione di quattro under 30 – Alessia Beninati, Enrico Forte, India Diana Poserina, Emily Valsania – e affrontato non come un concetto astratto, ma come una materia da plasmare. E per farlo hanno interrogato il presente: un esercizio di cui va riconsiderato l’alto valore.

Il futuro in quanto territorio ambiguo e attraversato da narrazioni contrastanti. Da un lato gli scenari distopici: città invivibili, comunità frammentate, tecnologie invasive che ridefiniscono i confini dell’umano. Dall’altro le visioni utopiche, fragili ma necessarie e già capaci di immaginare nuove forme di solidarietà, sostenibilità e relazione.
Un crocevia dove le autrici si sono collocate da interpreti attive di un cambiamento che le riguarda in prima persona…. e hanno immaginato il futuro inseguendolo ovunque si rintani. Per quanto fuggevole e bifronte sia.
Hanno ipotizzato una prima era (La fine dell’inizio) dove elementi inediti compaiono già nel mondo di oggi; una seconda era (L’inizio della fine) in cui l’umano vivere è molto modificato rispetto a oggi; e una terza era (La fine della fine) dove niente è riconoscibile con gli occhi e la mente di oggi.

Questo libro è stato scritto durante il workshop Un futuro bifronte / Scenari sul domani, promosso da Piccola Accademia di Poesia e Re Nudo e sviluppato come un laboratorio di ricerca su ciò che sarà. Un percorso sviluppatosi da ottobre 2025 a maggio 2026.

Ed è stato presentato in occasione del Festival della rivista Re Nudo 2026 svoltosi a Milano presso la Fabbrica del Vapore, nelle serate di venerdì 12 (condotta dalla giornalista di arte, letteratura e memoria del territorio Roberta Folatti) e sabato 13 giugno (condotta dallo scrittore e giornalista Rai Paolo Pasi).

Disponibile nelle librerie, presso l’editore (http://www.renudo.org) , cliccando qui a sinistra su “Prenota la tua copia” e attraverso nostre iniziative.

Soprattutto: questo libro ha dato vita al nostro gruppo e il nostro gruppo ha immaginato e scritto i diciassette racconti di questo libro.
Una dinamica simile a quella fra l’uovo e la gallina.

L'INDICE DEL LIBRO

Giovani in bilico tra distopia e utopia (Elena Mearini, Luca Pollini)
Prefazione (Luciano Sartirana)

Prima era – La fine dell’inizio

  • Il complemorte (India Diana Poserina)
  • Il Sacro Nulla (Alessia Beninati)
  • L’abbuffata (Enrico Forte)
  • Prega per me (India Diana Poserina)
  • Dio inverso (Emily Valsania)
  • Nulla può scappare (Alessia Beninati)
  • Connessi (Enrico Forte)
  • Boscaiolo manutentore (Emily Valsania)

Seconda era – L’inizio della fine

  • Psicocartografia del piacere (Collettivo Kalima)
  • Un’idea (India Diana Poserina)
  • Veleno (Alessia Beninati)
  • Il Tànato (Emily Valsania)

Terza era – La fine della fine

  • Sulle case vuote (Enrico Forte)
  • La carne (Alessia Beninati)
  • Polisemia (Emily Valsania)
  • Il decimo scriba (Enrico Forte)
  • Terra2 (India Diana Poserina)     

DUE STORY-GAMES DI ALESSIA BENINATI

Il Sacro Nulla

Nulla può scappare

QUALCHE ESTRATTO

da Un buon complemorte, di India Diana Poserina

Se ne stava davanti all’uscio di casa sua con la mano sul pomello della porta, aspettando che anche questa ondata di invitati venisse investita dalla cascata antibatterica prima di accomodarsi nel salone da ricevimento.
Ogni persona gli rivolgeva un breve gesto, ringraziandolo con gli occhi e con un cenno della testa per quella cortesia un po’ antiquata: quando aveva comprato quell’abitazione, aveva cercato con grande insistenza una porta manuale.
Non era stato facile trovarla… erano ormai in disuso da qualche decennio, sostituite da porte intelligenti che riconoscevano i volti e si aprivano da sole, dando un caloroso e personalizzato benvenuto all’ospite. Ma Serje era un amante della letteratura antica e trova-va romantico, nonché poetico, accogliere i propri ospiti aprendo la porta di persona e scambiare sull’ingresso qualche parola di saluto con i più intimi.
La musica aleggiava nell’aria e adornava i discorsi muti, mentre lui richiudeva in fretta la porta per evitare che l’aria esterna, rarefatta e pesante, entrasse.
Erano arrivati tutti: le sue figlie e le loro madri se ne stavano sedute sul divano, i suoi amici più cari con in mano del vino si scambiavano sguardi d’intesa.
Perfino il suo gatto, Leopoldo, lo guardava da sotto il tavolo.

da Il Sacro Nulla, di Alessia Beninati

«Buongiorno Odette.»
Quando apre gli occhi le sfumature bianche della sua camera la accolgono, fredde e familiari. L’incubo le ha lasciato un retrogusto amaro sulla lingua, spera di poterlo sciacquare via con un caffè. Le sembra di sentire ancora una voce sussurrarle, la incita a farla entrare, entrare, entrare… ma dove esattamente? Ciò che rimane della sua mente non è altro che un insieme confuso di responsabilità e doveri, nemmeno lei avrebbe voluto rimanerci.
Si immagina già nel suo ufficio – un cubicolo al tredicesimo piano di un grattacielo del Complesso Est della Città – a mandare mail, leggere lamentele, programmare meeting. Poi fantastica di aprire la grande finestra sulla sinistra e buttarsi nel vuoto, sperando di sentire il vento contro il viso prima di sfracellarsi al suolo.
«Pensare al suicidio all’inizio della giornata ostacola la vita lavorativa e non favorisce la produttività personale.»
L’osservazione di ID, il suo assistente e pianificatore AI personale, è brillante, e Odette è sempre più felice di avere accettato di impiantarselo nel polso e nel suo sistema neurale.
«La stessa cosa vale per le osservazioni argute – continua la voce limpida di ID – però il tuo turno inizierà a breve. È necessario assumere le proteine e i carboidrati necessari per affrontare al meglio la tua mattinata, rinfrescarsi e…»
«Ti prego, non finire la frase… sto per alzarmi e assumere proteine. E carboidrati. Lo giuro!»
Le era stato detto: durante questa fase di prova (trial, l’aveva chiamata il rappresentante dell’azienda USA Corp con un perfetto accento americano), avrebbe dovuto abituarsi alla voce costante del suo assistente.

da L’abbuffata, di Enrico Forte

Arrivo alla villa alle due del pomeriggio. Il cancello è azzurrognolo, di ghiaccio battuto, tutto smaltato di antitermina (o almeno credo, sfioro la sigla LC intagliata al centro ed è appiccicosa, come spiegano a lezione, quindi penso di sì), comunque una roba che solo a guardarla mi gira la testa per quanto deve costare. C’è un caldo che scioglie la ghiaia. Mi tiro la camicetta arancione, con una chiazza di sudore che troneggia bella tonda sopra all’ombelico. Sotto alla gonna sento le cosce sgocciolare, più grosse e granulose che mai dopo la salita di mezzora su per Colle Caiafa.
Non voglio suonare subito, cerco prima di riprendere un po’ il fiato. Quand’ecco che, alle mie spalle, mi cerca un biascichio: «Signorina… Una moneta…».
Siede all’ombra di una palma, cioè, sì, una di quelle repliche in ceramica, a grandezza naturale, che costeggiano il vialetto di ghiaia, da un lato e dall’altro, spuntando ogni pochi metri dal verde sgargiante dell’erba sintetica. L’uomo mi guarda coi suoi occhiacci gialli, in mezzo a una faccia devastata dal sole, o dalle radiazioni, con la barba che gli mangia le guance e gli cancella gli zigomi.
«Per un panino – continua, con accento francese, certamente provenzale – Un panino e basta».
Fra le gambe incrociate ha un colino tutto ruggine, con dentro quattro o cinque banconote che si vede a un chilometro che sono finte, prese da qualche gioco da tavolo giusto per invogliarti a contribuire, o forse a mo’ di buon auspicio, non saprei.

da Dio inverso, di Emily Valsania

C’era un tempo in cui la domenica ci riunivamo nella casa del Signore. C’era un tempo in cui le offerte venivano donate ai poveri. E c’era un tempo in cui i fedeli credevano.
Ora, sono pochi gli abnegati e molti i non curanti.
Vedo scemare la speranza negli occhi delle nuove generazioni. Vedo che questo mondo non mi appartiene. Vedo sacrifici del nostro popolo dei quali i ricchi non si rendono conto. Vedo odio. Vedo dolore. Vedo chiese abbandonate crollare sulle strade e bambini che giocano alla guerra tra il sacro di quelle macerie.
Vedo me allo specchio, una nonna di novantasette anni che ancora prega per l’anima dei suoi familiari. Vedo, ma preferirei non vedere. Oh, quante cose sono cambiate nell’arco di un secolo, e quante a sua volta cambiarono negli anni in cui i miei genitori hanno vissuto. Ricordo l’anno 2012, quando mio padre era giovane… alla televisione non si parlava d’altro che della fine del mondo.
Ricordo il panico del 7 ottobre 2023, le battaglie studentesche, la crisi finanziaria, il crollo umanitario.
Ricordo la sfiducia nella politica, i bagni al mare, le danze nella pioggia. Sento ancora l’odore del sangue versato negli anni dell’Orrore, iniziati nel 2066 quando ci rinchiudemmo nei bunker per evitare l’Armata portatrice di morte nei paesi infetti. Mio padre allora era già morto, ma io ricordo la paura, il buio del sotterraneo, i passi dei soldati sulle nostre teste che marciavano pesanti facendo tremare il soffitto.

LA PREFAZIONE

di Luciano Sartirana (tutor per il laboratorio di Narrativa)

Nell’infanzia dell’umanità, il futuro era un concetto inutile, oltre che inesistente. Eppure, ogni tanto questa idea saltava fuori.
Futuro era rendersi conto all’improvviso di essere messi male e quindi doversi industriare a crearselo, il futuro. Per esempio, quando sono finiti i mammut da fare alla griglia. Per colpa tua, Homo sapiens che non sei altro.
Futuro era la banale fine di una fatica. Per esempio, rotolare un pietrone da mettere sul nuraghe o disegnare tutti i bisonti nella grotta. Un po’ dopo, futuro è stato sperare che un’impresa demenziale riuscisse: andare con un esercito dalla Macedonia all’India, portarsi in gita degli elefanti attraverso il Monginevro, farsi lanciare per primo nello spazio.

Il tempo era quello ciclico delle stagioni, dei raccolti e dei riti, ma alcune civiltà antiche avevano già dei futuri. A Babilonia costruivano monumenti per l’eternità, scrivevano annali di re. Ai faraoni si augurava di regnare “per milioni di anni”. Gli imperatori cinesi avevano diecimila autunni e diecimila primavere davanti a sé, a patto di conservare l’armonia sotto il cielo (Tianxia) fra uomo, natura e Stato.

Arrivando a noi… fra ’600 e ’800 non emerge tanto la capacità di immaginare il futuro, quanto la sua qualità emotiva: il futuro diventa – per la prima volta – migliore del presente. Il futuro è progresso, esperimento, tesi-antitesi-sintesi, imperi coloniali, Sherlock Holmes e il dispiegarsi inflessibile della logica, Jules Verne e le macchine e le astronavi steampunk. Perfino liberazione… uno spettro si aggira per l’Europa.
Nel futuro ci sarà sempre più futuro.

Ma, prima per le menti migliori e poi per quasi tutti gli altri, questa fiducia nel futuro si è rivelata amara e bifronte: tutto sarebbe andato bene, ma non per chiunque e non a buon prezzo. Via via abbiamo avuto due guerre mondiali, l’atomica e la Shoà e altri massacri, il controllo dell’economia e delle masse da parte di pochi, il pianeta messo seriamente a rischio… le tragedie di Palestina e Sudan. Fino a ipotizzare che la neonata Intelligenza Artificiale ci tagli fuori e prosegua a vivere per i fatti suoi.

Insomma: noi e il futuro siamo tenuti insieme con lo scotch e per immaginare il futuro si fa un sacco di fatica… il nostro recente passato e questo crudo presente ci imprigionano nelle loro categorie, nella corsa del criceto, in una quotidianità livida.
Il futuro non ci sembra più capace di utopia.

Alessia Beninati, India Diana Poserina, Emily Valsania ed Enrico Forte, che hanno scritto questo libro, il futuro lo hanno immaginato lo stesso e lo hanno fatto inseguendolo ovunque si rintani. Per quanto fuggevole e bifronte sia.
“Più di tutto mi ricordo il futuro!” diceva Salvador Dalí.
Hanno intrapreso un viaggio obliquo sul lavoro, la tecnica, le relazioni, su come dare l’acqua ai fiori… e poi strane ricorrenze, serate in locali surreali, controllo della mente e delle agende, sesso di corpi diversamente desideranti, nuove religioni.
Hanno ipotizzato una prima era (La fine dell’inizio) dove elementi inediti compaiono già nel mondo di oggi; una seconda era (L’inizio della fine) in cui l’umano vivere è molto modificato rispetto a oggi; e una terza era (La fine della fine) dove niente è riconoscibile con gli occhi e la mente di oggi.

La fine della fine significa che ci metteremo da soli una pietra sopra? Game over, terminè, cerrado, geschlossen?
Molte volte – dalla Peste Nera a Nagasaki – ci è sembrato di essere alla fine. Ma, anche adesso che ci pare di nuovo oscuro, il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima di essere accaduto (Rainer Marie Rilke).
Le autrici e l’autore di questo libro hanno accettato la scommessa di immaginare orizzonti e di creare parole, personaggi, storie libere e adeguate.
Ogni cosa, prima di succedere, prende forma nell’immaginazione.

L'IDEA DEL GRUPPO

Collettivo è una parola italiana che vuol dire collettivo.
Kalima è una parola araba che vuol dire parola. La sua radice racchiude i concetti di parlare, esprimere un’idea, pronunciare, rivolgersi a qualcuno, discutere. E si lega a tutti i soggetti coinvolti: interlocutore, parlante, portavoce.

Gli scopi del Collettivo Kalima sono molti e interconnessi.

Rottura dei linguaggi consolidati — Sperimentare forme espressive che rompano con le convenzioni della narrazione… non per essere oziosi provocatori (si è già visto), ma per aprire nuovi canali di senso.

Costruzione di visioni alternative — Immaginare e anticipare mondi, relazioni, strutture sociali che non esistono ancora. Un collettivo amplifica questa capacità perché moltiplica le prospettive e preserva dall’autocensura individuale.

Resistenza culturale — Opporsi all’omologazione estetica prodotta dall’industria culturale e dai meccanismi algoritmici che tendono a premiare ciò che è già noto. Siamo uno spazio protetto dove l’anomalia è benvenuta.

Ricerca sul linguaggio come potere — Interrogarsi su chi controlla le narrazioni dominanti (politiche, mediatiche, tecnologiche) e decostruirle attraverso la scrittura. Il linguaggio non è neutro: noi ne faremo un oggetto critico.

Archivio del presente — Documentare ciò che sfugge: esperienze marginali, intuizioni collettive, esperimenti falliti ma fecondi. Anche il fallimento creativo ha valore.

Formazione di un immaginario condiviso — Costruire insieme un vocabolario simbolico nuovo che altri possano usare, sovvertire, rilanciare.

Non intendiamo produrre solo testi, ma condizioni affinché pensieri ancora impossibili diventino dicibili.

Mica paglia.

NOI DEL COLLETTIVO KALIMA

Alessia Beninati

Nata in una cittadina dell’Alto Milanese nel 1999, ha sempre tentato di trovarsi tra le righe di un libro finché non ha deciso di impugnare la penna.
Ha scritto per le riviste RatPark e Charta Sporca, ha fatto parte della redazione del giornale dell’Università di Trieste, parla di sé alla terza persona per osservarsi meglio. Oltre a racconti brevi e saggi, si interessa di giochi testuali e narrative design: d’altronde, se si riuscirà a scardinare la porta, non ci sarà bisogno della chiave.

Enrico Forte

Nasce a Busto Arsizio (VA) nell’anno dell’Odissea nello spazio (no, non nel ’68!), ma qualche anno più tardi, al liceo scientifico Tosi, ripudia le STEM per concedersi alla letteratura. Sempre alle superiori lancia le Tosi Tales, pubblicate sul giornalino della scuola e ambientate nell’istituto. Dopo il diploma, si laurea in Lettere con lode, e oggi scrive per la Prealpina, quotidiano provinciale, oltre a fare il copy-editor per la rivista Glocalism. Ha al suo attivo più di 700 articoli, ma non smette di dedicarsi alla narrativa: ha vinto due edizioni del concorso “La paura fa 90 righe” (nel 2022 e nel 2025), con giurie che comprendono Carlo Lucarelli, Barbara Baraldi e Marco De Franchi.

India Diana Poserina

Classe 1998. Si appassiona di lettura e scrittura con i grandi fantasy, per poi spaziare ovunque e comunque (tranne i gialli, quelli proprio no).
Proveniente dal mondo della medicina, decide di partecipare al concorso ARCUS dell’Università di Milano ancora studentessa e inaspettatamente – non c’avrebbe scommesso due dracme – lo vince.
Da quel momento l’eterna lotta tra ragione e sentimento la divora: destreggiarsi tra il progresso biomedico o ritirarsi presso una baita isolata a scrivere in compagnia dei suoi gatti? Ai posteri l’ardua sentenza.

Emily Valsania

Nata a Lodi nel 2001, laureata in Mediazione Linguistica e Culturale con una mentalità aperta verso le differenti e affascinanti particolarità del mondo.
Appassionata di scrittura extreme horror, weird, cyberpunk e splatterpunk, ho iniziato a scrivere per curiosità, frequentando i corsi di editing e scrittura creativa dell’Accademia della Mela, con l’intento di scoprire il mondo dietro alle quinte di coloro che creano queste realtà agghiaccianti.
Scrivere vuol dire far viaggiare la mente, rilassare il corpo e rendere tutto improvvisamente possibile.
Dal 2025 sto lavorando a un romanzo psicologico, attualmente in fase di revisione stilistica e strutturale autonoma; è in fase di sviluppo, invece, il progetto di una raccolta di racconti macabri che vede come protagonista la fascia infantile.