
di LUCIANO SARTIRANA
Ho letto “A molti giorni da ieri”, la più recente raccolta poetica di Elena Mearini, uscita da pochi giorni con Marco Saya Edizioni.
Dire la propria su una scrittura poetica è sempre fascinoso come difficoltoso, perché la poesia è ritmo, è il multiverso delle parole e ripido ambiente esistenziale (qui sta il fascino), ma anche coda dell’occhio, fraintendimento e ombra diafana (qui la difficoltà). Io, poi, che sono più un viandante della prosa che della poesia, un avventizio della parola comme il faut…
Parliamo del Tu di fiducia al quale, nelle sue liriche, Elena Mearini si rivolge spesso: costui – o costei – le sta a fianco quasi al suo passo, torna spesso con lei al tempo addietro per mostrarle cose; oppure è lei a ricordare ciò che lui o lei faceva, spostava, architettava. E lei, da autrice in attesa di verità, osserva ogni cosa che lui o lei faceva mentre pensa di essere solo, sola. Una presenza, questo Tu di fiducia, che abita sempre di più nel passato, quando lui, tu, lei, lui e lei e tu insieme facevate questo e quello e ve ne stupivate. Agiva, dava l’idea di provarci di continuo per tentare di essere all’altezza, nonostante palesemente non lo fosse.
Il Tu di fiducia racconta, questo rientra nel tentativo. Questo e altri tentativi che influiscono poco o nulla sulla vita di tutti e della sua. Di ciò che si ricorda c’è apologia (che cosa eroica facevi, facevamo!), nostalgia (che tutt’altri tempi!) o rimprovero (io te ne accuso, ti mostro la tua pochezza!).
Discorriamo pure dell’imperfetto, il tempo in cui appunto abita il Tu di fiducia. Tutte le poesie della prima parte sono all’imperfetto e queste permette di distanziarsi da quegli accadimenti, da quel sentire. È il tempo del ricordarsi e di narrare con il sottaciuto desiderio che tutto potesse esserci ancora. Quando succedevano cose esemplari, di come le cose erano andate e poi non sono andate più.
A un certo punto, in queste poesie e nella filza che le tiene una dietro l’altra, arriva però il tempo presente. Vince per la sua prosaicità, bisogna fare fatti, non più ricordi, se non facciamo fatti non c’è niente da dire, nel presente si affrontano gli equivoci (il cane che scambia la tua ombra per il suo padrone). Ma il passato imperfetto, ogni tanto, almeno vedeva un futuro.
Infine l’imperfetto torna, preme per tornare, ma il presente tiene duro per essere ancora tentativo:
“A molti giorni da ieri mi chiami
– forse stai nell’infanzia o poco più in là –
vorrei non sentirti invece ti ascolto
e assecondo
il patto violento con il tempo”…
Azzardiamo l’addentrarci nel destino che Elena Mearini attribuisce alle parole.
La sua è continua ricerca della parola salva, della parola che viene dagli altri, della parola offuscata, frantumata. Un oggetto portato di qui e di là. Parola bruciata. Magra. Da cancellare. Infine: esposta alla luce del giorno.
Non si bea, Elena, di termini carini o di atmosfere esoteriche, criptiche, di foglie accostate a seconda di come scendono (secondo alcuni, la poesia è questo: rispetto timoroso e pigro di cose che non si capiscono!). Gli elementi importanti di questa raccolta sono acqua, stelle, gioco, gatto, tazza, caffè, coperta, goccia, balcone, cane, noci, tasche, legno, piatto, ago, bottone, camicia, ruggine.
O i momenti della giornata, spesso quelli aurorali, quando pare si debba per forza fare qualcosa di grande: diamoci al miracolo pesante…
O anche le stagioni come stanze. La neve che passa – amando – fino alle nuvole. Un nome che cade versato alla terra. L’autunno sul marciapiede.
Ho la forte impressione di avere scritto solo dei festoni appesi tra una poesia all’altra. Ma in ognuna c’è ancora un’estesa radura interiore, di storie, di umanità quotidiana ancora da leggere nella gioia di leggere. Si svela a ogni lettura e ognuno ci vedrà la sua e ognuno vedrà poesia in sé. Grazie ad “A molti giorni da ieri” e a Elena!