Lingua ampia e femminile: tradurre Virginia Woolf. Intervista a Bruna Mancini

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di CATERINA KAJANA

Bruna Mancini è attualmente Professoressa Associata di Letteratura Inglese presso l’Università della Calabria, ma la sua carriera spazia dalle riscritture contemporanee agli studi culturali, coloniali e del gender fino alla traduttologia.

Ho avuto modo di conoscerla grazie a un suo intervento in una conferenza presso l’Università degli Studi di Milano, intitolata Contrastare l’esclusione, strategie di una lingua ampia. Il filo conduttore è stata la scrittura femminile, tema che mi ha profondamente coinvolta.

 

La prima domanda mi sorge spontanea: cosa l’ha portata a indagare proprio gli spazi del diverso, del nascosto e del dimenticato?

Innanzitutto, La ringrazio per aver voluto sapere qualcosa di più delle mie ricerche; ne sono onorata. Mi fa molto piacere che l’incontro organizzato egregiamente dalle colleghe dell’Università degli Studi di Milano le sia stato utile. Personalmente, vorrei ringraziare in particolare Nicoletta Vallorani e Vera Gheno, preziose compagne di questa esperienza che mi ha molto arricchita.

Per rispondere alla sua domanda, devo tornare con la mente agli inizi del mio percorso di ricerca, quando cominciai ad occuparmi di spazialità nella letteratura… ma anche in altri media, come il cinema.

Alla fine degli anni ‘80 era esploso il celebre “Spatial Turn”, caratterizzato dall’attenzione per la presenza di spazio e luogo nelle scienze umanistiche e sociali. Questa prospettiva mi incuriosì e mi affascinò non appena ebbi la possibilità di avvicinarmene, dopo la laurea all’Orientale di Napoli. In particolare, lo studio di Space, Place and Gender di Doreen Massey, pubblicato nel 1993, fu illuminante per me che provenivo dai Gender Studies e mi stavo occupando di scrittrici del ‘700 – come Eliza Haywood e Mary Delarivier Manley – che, pur avendo pubblicato in maniera rilevante e incidendo notevolmente sulla cultura del loro tempo, ancora faticavano a comparire nel canone della letteratura inglese. Come non chiedersi per quale motivo non ci fosse stato spazio per loro e perché fossero state per tanto tempo silenziate e dimenticate? Da quel momento, mi sono occupata degli spazi della diversità e della marginalità – nascosti e dimenticati, come ha ben detto lei – cercando di capire come funzionasse questa opera di rimozione; in particolare, volevo contribuire a restituire voce e visibilità a quelle professioniste ridotte al silenzio per troppo tempo perché la società in cui vivevano le riteneva fuori luogo.

Ovviamente, mi sono subito accorta quanto gli spazi che venivano descritti nei loro testi fossero molto significativi e rappresentavano la loro lotta per l’agentività. Penso per esempio alla contrapposizione aperto/chiuso, sfera pubblica/sfera privata, conosciuto/sconosciuto, familiare/inquietante.

Credo sinceramente che avvicinarsi ai testi del passato ci possa aiutare molto a comprendere come si attuino il silenziamento e la marginalizzazione delle diversità in questi nostri tempi bui: il meccanismo messo in atto è sempre lo stesso. Ecco perché questi spazi e luoghi sono davvero centrali nella mia ricerca e me ne occupo da tanto tempo.

Dal 2007 guido un gruppo di ricerca dal titolo Margini. Spazi, potere, canone/Margins. Spaces, Power, Canon, che dal 2023 è diventato un progetto interuniversitario a cui tengo molto. Inoltre sono nate una collana di libri intitolata “Margini”, con la casa editrice Mimesis e la rivista OJS/PKP Margins Marges Margini  finanziata dal Dipartimento di Studi Umanisti dell’Università della Calabria.

Per Mimesis ha pubblicato Spazi del femminile nelle letterature e culture di lingua inglese fra Settecento e Ottocento (2020) e tre anni dopo Violenza di genere in Orlando di Virginia Woolf, passando per A Room of One’s Own e Three Guineas (2023). Le due opere si possono quasi considerare una il proseguimento dell’altra, come se si fossero autoalimentate. La figura di Virginia Woolf, nella sua biografia e bibliografia, racchiude tutte le questioni a cui lei è maggiormente legata. È effettivamente realistico immaginare che dall’indagine legata al suo primo libro sia scaturita la sua brillante attenzione nei confronti di Woolf come pioniera delle scrittrici?

In realtà è proprio così. Devo dire che Virginia Woolf è stata fondamentale nel mio percorso di ricerca, soprattutto per l’analisi dei testi scritti da donne in un periodo in cui la società le voleva rinchiuse nella sfera domestica. Per loro prendere la penna per scrivere e pubblicare le trasformava in identità pericolose e trasgressive, alla stregua delle prostitute.

Quando ho letto A Room of One’s Own (1928), nota in italiano come Una stanza tutta per sé, non ho potuto fare a meno di notare che, in realtà, in inglese room oltre a indicare la stanza, vuol dire anche spazio, posto, possibilità.

Quindi, il saggio di Woolf non si limita a parlare di stanze o spazi in cui le donne venivano rinchiuse e silenziate… o, ancora, quelle che molte di loro desideravano ottenere: luoghi in cui poter essere finalmente libere e autonome. Mi è parso che il suo discorso si rivolgesse a tutte quelle identità che erano sottoposte al potere e alle limitazioni del sistema patriarcale vigente e che avevano il diritto di dolersene e ribellarsi.

Quindi, scrivendo Spazi del femminile mi sono accorta che Virginia Woolf – parafrasando Jan Kott – è più che mai una nostra straordinaria contemporanea e che i suoi testi meritano di essere letti e riletti, perché ci dicono molto anche del mondo in cui viviamo.

Come lei stessa ha affermato, nelle aule universitarie si è spesso trovata davanti a studenti che nel proprio bagaglio culturale conservano una visione di Woolf limitata, che la descrive soprattutto come la scrittrice pazza, depressa, morta suicida nel fiume Ouse. Nelle occasioni pubbliche in cui si è espressa in merito, ha asserito più volte che la responsabilità di questo alter ego di Woolf, che in vita e su carta ha rappresentato ben di più di questo, sia anche dovuta alle traduzioni delle sue opere in italiano e alla conseguente immagine dell’autrice che ne è scaturita. In che modo tutto ciò è avvenuto?

Diciamo che mi sono accorta – ma mi pare di aver capito di non essere l’unica – che all’università spesso giungono studentesse e studenti che hanno dei forti pregiudizi su alcuni autori e alcune autrici. Ciò dipende essenzialmente dal modo in cui li hanno studiati a scuola, di certo attraverso libri di testo che spesso forniscono poche indicazioni da mandare a memoria, rendendo poca giustizia sia ai testi, sia agli autori e alle autrici che li hanno scritti. Di fatto, la letteratura e lettura ne vengono fuori quasi ferite a morte, perché studiate in questo modo sembrano attività – ingiustamente – noiose e inutili.

In un contesto simile, una scrittrice come Virginia Woolf, oltre che per l’indubbio valore letterario, viene presentata prima di tutto per essere stata una suicida. Di conseguenza, il suo personaggio viene accostato alla malattia mentale senza affrontare con attenzione nulla della sua sfera affettiva e del suo modo personalissimo di interloquire con aspetti fondamentali del contesto sociale, culturale e politico in cui viveva.

Appare, insomma, tutta chiusa in sé stessa e nel suo mal de vivre, finendo per incarnare il classico stereotipo connesso al femminile difficile da contenere, riassunto in maniera emblematica nel celebre saggio di Sandra Gilbert e Susan Gubar nel 1979, The Madwoman in the Attic. Un’immagine totalmente diversa rispetto alla geniale, coraggiosa, ironica, intensa, appassionata scrittrice che ho imparato a conoscere nel corso delle mie ricerche.

In realtà, nei suoi scritti, come anche nella sua vita personale e pubblica, Virginia si è costantemente misurata con i concetti di violenza e sopraffazione. Anzi, ha saputo cogliere molto bene il canto del mondo reale, come ha scritto Liliana Rampello in un bel libro pubblicato nel 2005.

Virginia Woolf ha molto amato, ha trasgredito con coraggio norme sociali arretrate, ha combattuto discriminazioni e stereotipi. Questo aspetto, naturalmente, è rintracciabile anche nei suoi romanzi e nei suoi saggi.

Basti pensare a Professions for Women, del 1933, in cui invita scrittori e scrittrici a uccidere una volta per tutte l’Angelo del Focolare, quello stereotipo femminile passivo, mite, docile, affascinante, grazioso, generoso, altruista, pio, umile, puro, devoto, remissivo, tutto dedito alla casa e alla famiglia, che aveva rinchiuso per troppo tempo la donna nello spazio domestico, impedendole di prendere parte alla vita politica e culturale, ma anche di studiare e di essere autonoma.

O ancora si pensi a Orlando (1928), romanzo che racconta l’esistenza fantastica di un aspirante poeta che attraversa la società e la cultura inglese dal ‘500 al ‘900 – ben 350 anni – sconvolgendo nel contempo anche le coordinate connesse col genere sessuale (gender) e coi generi letterari (genre). Questo stratagemma narrativo permette a Woolf di rileggere la Storia e lo sviluppo della letteratura inglese dal Rinascimento al 1928, anno con la pubblicazione del romanzo, con l’obiettivo di liberare il/la protagonista e chiunque avesse letto il romanzo dal peso della tradizione (al) maschile.

Addomesticamento e straniamento sono strategie traduttive che avvicinano o allontanano il testo in lingua originale da quello in lingua d’arrivo, tramite considerazioni sia linguistiche che culturali. È un tema molto caldo nel mondo della traduzione perché chiama in causa l’invisibilità del traduttore e allo stesso tempo il valore dell’opera originale così come espressa e immaginata dall’autore. Nella conferenza ha menzionato un caso molto particolare di traduzione di Mrs. Dalloway, le cui conseguenze hanno riguardato tanto l’immagine dell’opera quanto quella dell’autrice...

È vero: purtroppo, alcune traduzioni italiane hanno contribuito a questa immagine molto parziale di Virginia Woolf. Per esempio, nel 2022, nel saggio “Il bacio di Sally. Erotismo, lesbismo e femminismo in Mrs Dalloway di Virginia Woolf”, Stefania Arcara ha messo in evidenza che, nell’unica traduzione di questo romanzo disponibile al pubblico italiano tra il 1946 e il 1989, “Il bacio sulle labbra tra due giovani donne innamorate, Sally Seton e la protagonista (Clarissa), evocato in una scena cruciale del romanzo, è stato sostituito nella traduzione italiana conosciuta da generazioni di lettori e lettrici da un casto, quanto insensato, bacio sui petali di un fiore. Oltre all’intensità erotica della narrazione, tale rimozione ha anche cancellato, nel testo italiano, la centralità diegetica di quello che Clarissa ricorda come «il momento più bello di tutta la sua vita», «infinitamente prezioso»… un episodio senza il quale la lettura del romanzo risulterà evidentemente distorta.”.

Quando si operano delle censure attraverso la traduzione, il testo letterario viene letteralmente amputato; spesso, del romanzo e di chi l’ha prodotto vengono comunicate immagini completamente falsate. Insomma, si racconta tutta un’altra storia.

In questo modo, Virginia Woolf viene privata dell’arguzia, della fermezza, dell’ardore, del coraggio di descrivere il bacio e l’amore tra due donne in un periodo in cui l’omosessualità veniva condannata e i romanzi che la descrivevano erano condannati alla censura.

Nella presentazione del suo secondo libro, ha citato il dramma teatrale di Edward Albee Chi ha paura di Virginia Woolf?, che ha perpetrato il triste e riducente alter ego già citato. Ormai quasi cento anni fa, Woolf con A Room of One’s Own, aveva capito che per le giovani scrittrici la violenza socio-economica era ben peggiore della condanna all’anonimato o alla censura. Il saggio è geniale nel suo impianto e nelle sue conclusioni, una di quelle opere che appaiono – e dico: purtroppo – ancora attuali. Lei pensa che una donna come Virginia Woolf oggi farebbe ancora paura? E, considerando la questione in maniera ancora più ampia: cosa rende e ha sempre reso le donne così mostruose?

A Room of One’s Own è una delle rappresentazioni più precise e poetiche di come la violenza sulle donne e il potere vadano sostanzialmente a braccetto. Forse per questo motivo Virginia faceva paura e alcuni spaccati della sua esistenza vengono tutt’ora omessi.

Alla sua domanda, rispondo che Woolf farebbe e fa decisamente ancora paura.

Pensi che alcuni e alcune (sic!) si ostinano a negare che viviamo in un sistema socio-politico-culturale di tipo patriarcale; anzi, sembra quasi che il termine patriarcato sia una parolaccia e non vada più usata. Addirittura, si offendono! Che bella opera di rimozione!

Occorre dire a chiare lettere che non basta essere donna per posizionarsi fuori da sistema patriarcale nel quale siamo state allevate e, quindi, a favore delle stesse donne e dei diritti di tutte e tutti a esistere. Woolf era ben consapevole che essere considerata una delle poche degne di prendere la parola, in un contesto pubblico e politico in cui la maggioranza delle donne venivano costantemente sottovalutate e ridicolizzate, non fosse affatto una cosa positiva. Infatti, si rifiutava per non essere complice e alimentare il sistema di vessazione e sopraffazione nel quale erano inserite.

Bisogna studiare molto ed essere educate al rispetto di sé stesse e degli altri per poter effettivamente riconoscere atti di ingiustizia che sovente passano quasi inosservati.

E occorre sapere che la violenza è pervasiva e prende forme diverse.

La Convenzione di Istanbul elenca: la violenza psicologica (art. 33), lo stalking (art. 34), i matrimoni combinati o forzati (art. 37), le mutilazioni genitali femminili (art. 38), la sterilizzazione e l’aborto forzati (art. 39), oltre alla femminilizzazione della povertà e la sindrome della donna percossa.

La continua mattanza di donne di ogni età che viene denominata femminicidio – ovvero, l’uccisione sistematica di mogli, ex-mogli, fidanzate, ex-fidanzate, figlie, compagne e così via per motivi misogini, perché hanno osato voler essere autonome o vivere la vita secondo i propri valori, oppure hanno deciso di non essere più maltrattate e/o picchiate e/o soggette all’autorità dell’uomo con cui avevano instaurato un legame sentimentale, o solo perché non lo amano più – testimonia chiaramente che la nostra società possiede ancora una solida sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale.

Un uomo che uccide una donna perché ha osato lasciarlo, o perché non è voluta ritornare con lui; un individuo che pensa che la donna con cui lavora debba soccombere alle sue lusinghe e accettare ogni molestia; il branco che stupra una ragazza indifesa pensando così di fare mostra della propria dominante mascolinità sono sintomi inconfutabili di un malessere generalizzato che si chiama patriarcato. Quello stesso sistema che, fino alla prima metà del ‘900, aveva impedito alle donne di studiare, votare, possedere i diritti di un essere senziente, oggi ha trovato nuovo forme per perpetrarne la subordinazione e annientarne l’identità: attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte.

Virginia Woolf non si è limitata a parlare a favore dei diritti delle donne, quanto piuttosto di ogni identità soggetta a marginalizzazione e discriminazione. È noto, tra l’altro, come ella stessa abbia valicato i limiti imposti dal binarismo di genere innamorandosi di Vita Sackville-West, scrittrice e poetessa inglese, e instaurando relazioni intense e appassionate con altri personaggi femminili, come testimoniano le sue lettere. Sembra significativo, tra l’altro, che qualche giorno prima della pubblicazione di Orlando (l’omonimo personaggio principale è una versione poetica della stessa Vita), Woolf si fosse recata in tribunale per apporre la propria firma a favore di The Well of Loneliness di Radclyffe Hall, sequestrato dalla polizia e censurato per oscenità perché incentrato sulla esibizione troppo realistica del lesbismo.

Una volta reso pubblico, un testo non appartiene più davvero all’autore ma a chi lo legge, lo commenta e lo traduce. Per quanto sembri un paradosso, per gli scrittori è impossibile controllare le loro traduzioni, a meno che non siano poliglotti. Alcuni autori, se possono, decidono di auto-tradursi. Lei ha tradotto The Mercenary Lover di Eliza Haywood (2003) e Angelica, ovvero, Don Chisciotte in gonnella di Charlotte Lennox (2006)… se le autrici avessero potuto fruire delle sue traduzioni, pensa che le troverebbero in linea con i loro scritti originali? Quanto pensa sia davvero difficile tradurre in maniera fedele?

Sul tema della fedeltà della traduzione si è scritto e discusso tanto. Brutta e fedele o bella e infedele?

Dal punto di vista traduttologico si parla di visibilità o invisibilità di chi traduce, addomesticamento o straniamento del testo, e così via. In un bellissimo libro del 2019, Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura, Enrico Terrinoni ci ricorda che “il testo non è un’isola ma un arcipelago”. Molto difficilmente, infatti, la traduzione si riduce al rapporto unico e univoco tra un testo originale, o originario, e la sua traduzione, oppure, tra un autore e un traduttore. Sovente, chi traduce deve adeguarsi alle richieste della casa editrice, del curatore o dei curatori della collana, al formato del volume, agli incontri o scontri coi revisori. Anche l’originalità del testo di partenza (o source text) è spesso sopravvalutata, perché sovente chi scrive adatta la propria scrittura al formato dell’edizione, alle indicazioni dell’editore e di chi ha letto preventivamente il testo, alle richieste del pubblico di lettori e lettrici che si è prefigurato. Insomma, raramente un testo letterario viene pubblicato senza una attenta opera di revisione.

Comunque, la traduzione è sempre una riscrittura.

Come direbbe Terrinoni, quando si legge un testo in traduzione si leggono sempre le parole di chi ha tradotto; e aggiungerei che anche questa versione, una volta che è stata pubblicata, non appartiene più a chi l’ha realizzata ma a chi la legge. Infatti, anche su una traduzione si può discutere, accettarla o meno, gradirla o meno.  Comunque sia, chi traduce è l’autore o l’autrice di un nuovo testo.

Ovviamente, il suo lavoro dovrebbe mirare a rendere al meglio, nella lingua di arrivo, il messaggio dell’autore o dell’autrice del testo di partenza. Il primo passo dovrebbe essere, dunque, conoscere al meglio il testo e chi l’ha scritto, ma anche il contesto storico-sociale-culturale-letterario in cui entrambi si inseriscono. Chi traduce deve sentire lo spirito del testo di partenza per tentare di riproporlo al meglio delle sue possibilità. Terrinoni parla di tradautore, termine che gioca non solo con l’atto del tradurre, ma anche con l’inevitabile atto del tradire, che rende libero chi traduce di operare in tutta coscienza e consapevolezza della trasformazione che il testo deve subire per comunicare correttamente il messaggio letterario in un’altra lingua e in un altro contesto storico e sociale.

Poi, non tutte le traduzioni hanno le stesse peculiarità. Per esempio, i due testi che lei ha citato, The Mercenary Lover di Eliza Haywood e Angelica, or, Quixote in petticoats di Charlotte Lennox, sono stati scritti e pubblicati nel ‘700. Questo vuol dire che ho dovuto lavorare in absentia delle autrici, morte molto tempo addietro. Inoltre, al tempo erano pressoché sconosciute al pubblico italiano, quindi ho sentito una grande responsabilità a tradurle nella mia lingua.

In entrambi i casi, ho avuto però la fortuna di poter rileggere le mie traduzioni con Laura Di Michele, grande esperta di Settecento nonché direttrice della collana Angelica dell’editrice Liguori, in cui sarebbe stato pubblicato il mio lavoro. Quindi è stato davvero un piacevole lavoro di équipe.

Diversamente è accaduto, invece, con la traduzione di The Shelter di Caryl Phillips, autore che mi pregio di avere anche come amico. Qui la conoscenza diretta è stata molto utile, anche se lui volle lasciarmi totalmente libera di tradurre il suo dramma nella maniera che ritenevo più efficace, con l’intento di renderlo funzionale per la messa in scena.

In tutti e tre i casi, la presenza del testo originale a fronte apre, inoltre, tutta una serie di problematiche connesse con la paratestualità che il traduttore o la traduttrice devono gestire, concentrandosi su una più complessa ricezione da parte di coloro ne fruiranno, aiutandoli a dialogare e interpretare direttamente anche il testo di partenza. Insomma, si tratta di un lavoro molto complesso ma altrettanto affascinante su cui occorrerebbe parlare più spesso, perché non mi pare che coloro che non se ne occupano in prima persona riescano davvero a percepire quanto coinvolgimento, responsabilità e dedizione siano necessari.

Un’altra questione di cui lei si è fatta portavoce riguarda la traduzione che va oltre al genere, considerando le identità non binarie e transitorie non come una cosa bensì una non-specificità rispetto al canone binario. Una sfida per la traduzione e per la lingua italiana, alla ricerca di strumenti espliciti per non esplicitare di cui altre lingue sono già fornite. Secondo lei, come sta mutando l’italiano nella ricerca di modalità espressive inedite ma allo stesso tempo rintracciando nella lingua già codificata soluzioni inclusive?

La questione dell’inclusività è stata centrale nell’incontro organizzato a Milano. Contrastare l’esclusione, strategie di una lingua ampia mi è parso un tema centrale dei nostri tempi.

Devo ammettere che quando parlo e scrivo, ormai non faccio altro che chiedermi chi sia rimasto fuori, se tutti, tutte, tuttə si siano sentitə interpellatə. Ecco, è così che – forse – andrebbe scritto. Dopo tutto, la caratteristica peculiare di ogni lingua che rispecchi una società democratica credo che debba essere proprio l’inclusività.

Una lingua non è sistema monolitico di regole, statico e refrattario, ma è in continua evoluzione, permeabile e accogliente per definizione. Nessuno può o deve bloccarne lo sviluppo con regole inespugnabili e invalicabili, perché questo può accadere solo in presenza di regimi totalitari, in cui talvolta non esistono neanche le parole per nominare concetti quali libertà e democrazia. Questo ce lo ha ben insegnato Orwell nel suo romanzo distopico 1984, che invito tutte, tutti e tuttə a leggere o rileggere, prima che sia troppo tardi.

La lingua è continuamente influenzata da contatti con altre lingue, con nuove tecnologie, dalla creazione di nuove parole e nuove espressioni. Ma non mi dilungherò su questo ambito che, durante l’incontro di Milano, Vera Gheno ha affrontato – come sempre – in maniera eccellente e appassionata. Non posso quindi che invitarvi a leggere le sue pubblicazioni, in particolare Grammamanti (2024) e Nessunə è normale, di prossima uscita.

Dal canto mio, posso solo testimoniare che negli ultimi dieci anni ho assistito a un uso sempre più persistente del femminile in ogni ambito, soprattutto quello lavorativo, sebbene qualcuno in passato lo ritenesse ridondante rispetto al maschile sovraesteso. Nei casi in cui le donne rappresentano la maggioranza degli astanti, ho visto utilizzare tranquillamente il femminile sovraesteso. In questo modo, attraverso l’uso, si è inteso ingaggiare una lotta al sessismo linguistico che, attraverso le asimmetrie, continuava a mantenere la figura femminile in posizione subalterna anche nella lingua, mettendola de facto in ombra, in secondo piano rispetto all’uomo. 

Ritornando all’uso della lingua ampia e alla posizione di coloro che oggi si oppongono a questa trasformazione linguistica volta a includere il superamento del binarismo di genere, durante l’incontro di Milano ho inteso rimarcare che esiste una questione importante che non credo vada sottovalutata.

Negli ultimi anni sono stati scritti e si scrivono tuttora testi (letterari, teatrali, cinematografici, ma anche di tipo burocratico) che utilizzano una lingua inclusiva.

In inglese, dal 2019/20, i pronomi they e them alla terza persona singolare vengono usati per indicare coloro che non si identificano col binarismo di genere. A questo proposito la mia domanda è la seguente: come tradurremo questi testi in italiano?  Intendo solo dire che ciò che decideremo di fare sarà importante sia dal punto di vista linguistico che politico, nel senso dell’etimo. Elimineremo quella che rappresenta la peculiarità del testo, nonché una chiara intenzione di chi lo ha scritto, cercando di trovare un modo per aggirare e quindi nascondere o censurare la questione? Oppure decideremo che occorre rispettare l’intenzione del testo identificando una forma linguistica in italiano priva di genere che renda il giusto riconoscimento, sia a chi lo ha scritto, sia all’identità che vi viene rappresentata?

Come traduttrice e studiosa di letteratura, credo che non rendere nella nostra lingua una delle principali caratteristiche dell’eventuale testo in traduzione (e ne ho in mente tanti che già usano questa forma… per esempio, lo splendido Girl, Woman, Other di Bernardine Evaristo, che ha vinto il Booker Prize nel 2019 e il British Book Awards nel 2020 sia come miglior romanzo che miglior autrice) sia una evidente censura, che comunicherebbe un’immagine falsata e parziale sia del testo, sia di chi l’ha scritto; esattamente come è avvenuto per Virginia Woolf.

Per non parlare di chi si troverà a tradurre testi di tipo burocratico: come si comporterà chi dovrà tradurre in italiano documenti amministrativi, documenti ufficiali, documenti di riconoscimento in cui vengono usati pronomi e termini che superano il binarismo di genere? Riescono alcuni dei nostri politici a immaginare l’amarezza, la perplessità o l’indignazione di coloro che scopriranno di viaggiare, lavorare o capitalizzare in un paese che non lə riconosce?

Rispetto alla necessità di tradurre e dare voce a minoranze quali le donne e la comunità queer, quanto il mondo editoriale necessiterebbe di nuove figure e di spazi di riflessione oltre che di aggiornamento, che chiamino in causa gli scrittori in nome di una responsabilità collettiva e non solo per un problema di pochi?

Come ho detto nell’incontro a Milano, credo che sia necessario, se non essenziale, che chi si occupa di traduzione operi una scelta condivisa. Insomma, è necessario tradurre nel rispetto delle persone che vi sono coinvolte, anche aprendo canali di comunicazione con coloro che andremo a rappresentare e identificare, per trovare la modalità più adatta. E questo sempre perché la lingua non è qualcosa che si cala dall’alto, ma è un abito fatto a mano con abilità e empatia. L’identità che lo abita deve riconoscerlo e amarlo, senza alcuna forzatura. Per questo, non può e non deve essere una scelta di pochi, ma inclusiva. Naturalmente, sarebbe bello se tutto il mondo editoriale si sentisse coinvolto nell’impresa, ma io sarei soddisfatta se solo si cominciasse a portare avanti questo tipo di progetto traduttivo in piccoli gruppi operativi.

Voglio concludere con una domanda di testa ma anche di cuore: se potesse parlare a sé stessa all’inizio della sua carriera, cosa le direbbe oggi alla luce del percorso che ha compiuto e delle battaglie culturali che ha contribuito ad aprire?

Le risponderò sinceramente. Non so se direi effettivamente alla me di inizio carriera quanto sia stato (e ancora sia) difficile accedere alla professione e provare a realizzare ogni progetto in un sistema complesso come quello italiano. Di certo, le consiglierei di fare del suo meglio, questo sì. Le direi che – nonostante tutte le difficoltà, gli impegni e le scadenze infinite – si tratta di una professione molto bella, soprattutto perché si lavora coi giovani e si guarda verso il futuro, sperando di poter essere di aiuto.