
di CATERINA KAJANA
Perché l’intraducibile non può essere tradotto?
«Che abbiocco che mi sta salendo!», è ciò che ho esclamato durante un pranzo
estivo con la mia famiglia in Albania. I pochi parenti che comprendevano
l’italiano mi hanno guardato perplessi, e nonostante le traduzioni abbozzate dai
bilingui ancora dubito che ne sia stata compresa la vera essenza.
Alla base del linguaggio umano vige il principio per cui a ogni entità associata
a un percepito comune deve corrispondere un termine con cui sia possibile
farvi riferimento. Esistono però anche frammenti di realtà che vengono
raccontati soprattutto alla luce della nostra cultura.
Sono i termini intraducibili, piccoli universi in cui è possibile rintracciare tanto l’identità dei parlanti quanto i loro bisogni comunicativi, ed è grazie all’incontro tra culture diverse che l’intraducibilità si manifesta nella sua inafferrabilità e meraviglia.
Anche l’italiano ha parecchi termini la cui traduzione dice molto di noi, come
popolo e come spirito: la scarpetta, per esempio, è il gesto tipicamente italiano di
raccogliere il condimento avanzato con un pezzo di pane, per assaporarne il
gusto in purezza e non sprecarlo. Oppure, la spaghettata che richiama l’idea di
un pasto improvvisato, spesso tra amici di sera tardi, quando si butta giù la pasta
senza troppe formalità.
Sì: esistono anche parole solo nostre non appartenenti al mondo del cibo (pensiamo ad attaccabrighe).
Questo vale anche per le altre lingue e le culture a cui sono legate: è il caso della
lingua bantu, parlata in Sudafrica, che con ubuntu indica la filosofia del “io sono
perché noi siamo”, che incarna il valore della benevolenza verso il prossimo come
perseguimento della pace nel mondo.
Dallo svedese invece, gökotta significa svegliarsi presto per andare nella natura e ascoltare il canto degli uccelli, un concetto legato all’amore svedese per la tranquillità e la flora incontaminata.
L’intraducibilità però è un mistero che va oltre le diversità culturali e alcuni
concetti sono di portata universale. Il giapponese per esempio ci regala due
perle: tsundoku, ovvero l’abitudine di comprare libri e ammucchiarli in pile senza
mai leggerli, e age-otori, stare peggio dopo essersi tagliati i capelli. Non
esisteranno equivalenti in italiano ma riesco davvero a comprenderle!
Allo stesso modo iktsuarpok, dall’inuit, cioè la frustrazione che si prova quando si aspetta qualcuno in ritardo; e tartle, dallo scozzese, ossia quel momento imbarazzante in cui dimentichi il nome di qualcuno subito dopo le presentazioni. A chi non è mai
successo?
Ciò che più affascina è il desiderio dei parlanti di comunicare dei dettagli
minuscoli: infatti, in portoghese cheiro no cangote è l’atto di strofinare la punta
del naso sul collo della persona amata e gigil, dalla lingua tagalog delle Filippine,
è l’urgenza irresistibile di pizzicare o stringere qualcuno di amato. Se credete
riguardino soltanto atti romantici vi segnalo jayus, indonesiano, che si riferisce
a una battuta così brutta e fuori luogo che fa ridere lo stesso.
C’è anche il bisogno opposto, ovvero quello di dar voce a concetti troppo grandi
da esprimere: viraha è, in lingua hindi, la consapevolezza di amare qualcuno
durante un periodo di separazione; duende, dallo spagnolo, è il potere misterioso
di un’opera d’arte che fa commuovere profondamente. Il coreano won invece
significa la difficoltà di una persona nel rinunciare a un’illusione per guardare in
faccia la realtà.
Quindi, perché l’intraducibile non può – e forse non deve – essere tradotto?
Perché è bello pensare che nella vastità di tutto quel che può essere tradotto in
maniera equivalente ci siano delle piccole eccezioni che richiedono tempo,
immedesimazione e cambi di prospettive.
L’intraducibilità è una colonna portante dello scambio culturale e del dialogo internazionale tra lingue e letterature. È la chiave per comprendere gli altri alla luce di ciò che proprio loro hanno da dire. Forse non comprenderemo mai a pieno i significati di tutte le parole che esistono, ma almeno non perderemo mai la voglia di provare a
raccontarle.